Sunday, March 12, 2006

 

o livro

Benvenuti! Trovate qui il mio commento alla Bibbia. Leggete e criticate!

Bibliografia minima: Bibbia, , dizionari teologici, “Storia di Israele” di Soggin, “La tenda ed il bastone” di E. Bosetti , “I ritratti originali di Gesù” di Penna, “L’Apocalisse” di U.Vanni; “La religione” di Pajer, “Breve storia delle religioni” di A.C.Bouquet, “Siddhartha” di H.Hesse, “Le città invisibili” di Calvino, passi della “Divina Commedia”, poesie di Montale e di Saba.

Storia della salvezza: introduzione: storia della salvezza p.2
I patriarchi: Abramo e Sara, Isacco: fedeltà e cammino p.4
Esaù ; Giacobbe e Rachele: gelosia e perdono p.7
Giuseppe: come ragiona Dio p.11
Mosè: crescita e progetto di vita p.15
Mosè: il Decalogo i 10.000 comandamenti p.19
Davide: preghiera e struttura di peccato p.24
Isaia: micro e macro visione della storia p.28
Qohelet visione della vita p.31
Adamo ed Eva the original sin p.32
L’annuncio del Regno: Mc 1.15 my way in life p.36
L’annuncio del Regno Mt 5 affamati di giustizia p.38
L’annuncio del Regno Lc 4 per questo mi ha mandato p.41
Il Regno dei cieli è simile a… Mt 22 il banchetto di nozze p.43
Il buon samaritano Sam il samaritano p.46
Il padre buono, la casa in festa La trappola del padre buono p.49
Il giudizio divino:Mt 25 ed Is 58 p.52
la prima comunità cristiana A sorte su Mattia p.53
S.Paolo: Gal. 5.22 e Rm 8.28 La vita in Dio p.56
Apocalisse i 4 cavalieri p.59

Storia della salvezza

Storia della salvezza è il termine tecnico con il quale si intende il cammino e la storia del popolo ebraico, dai patriarchi fino a Gesù.
I patriarchi sono i padri fondatori, i “nonni” del popolo, vissuti in Canaan tra il 1850 ed il 1700 a.C. e sono: Abramo e Sara, Isacco e Rebecca, Giacobbe e Rachele.
Come si nota, la storia della salvezza non inizia con i famosi Adamo ed Eva, ma prende avvio dal cammino storico, concreto, da quelle che io definisco le “telenovele” della vita di questi personaggi. E’ Abramo il padre nella fede, colui che per primo riceve la promessa. Non è Abramo a cercare Dio, ma è Dio a cercare Abramo.
La favola della creazione, di Adamo ed Eva sarà scritta verso il 535 a.C. in un periodo terribile ed orribile per il popolo ebraico: durante l’esilio in Babilonia. Parte del popolo –la parte colta ed istruita- era stata deportata in Babilonia (vicino all’attuale Bagdad); e qui scoppia la crisi religiosa: possibile che Dio permette il male? Possibile che si sia dimenticato di noi? Da dove deriva il male, da Dio? Ma com’era all’origine, alla radice, al principio di tutto? In principio Dio creò il cielo e la terra…Ed ecco che questo raccontino ha un messaggio così radicale, così importante per la comprensione di tutta la Bibbia, che i redattori l’hanno inserito all’inizio della Bibbia.
Storia della salvezza: non semplicemente storia del popolo ebraico, ma della salvezza. Vogliamo intendere così la visione divina della vita, il modo di vedere di Dio, il modo di ragionare di Dio dinanzi ai fatti della nostra esistenza (delle telenovele che viviamo).
Va da se che per poter leggere la nostra vita con gli occhi di Dio abbiamo bisogno prima di leggere la vita con i nostri occhi. Leggere la vita, capire come sono fatto, quali sono le mie priorità, le mie caratteristiche, ciò per cui sono portato, è una cosa estremamente concreta, terra terra, quotidiana. Ebbene è attraverso la mia vita quotidiana che Dio mi parla.
E’ per presentare il “paradigma biblico” del modo di ragionare di Dio (e per poi coniugarlo nella mia vita) che ho iniziato a scrivere le seguenti pagine.
Come ragiona Dio? Qual è la salvezza che mi porta? Come posso vivere fin d’ora nella salvezza? Perché la prima cosa che Gesù dice all’inizio della sua predicazione è: “Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino: convertitevi e credete al Vangelo”Mc 1.15. E’ la prima cosa, è il titolo, è il programma. E’ la cosa più importante.
Propongo dunque una veloce lettura del cammino biblico quale paradigma per il nostro cammino.



Fedeltà e cammino

“Il Signore disse ad Abram:
“Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre,
verso il paese che io ti indicherò.
Farò di te un grande popolo e ti benedirò,
renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione.
Benedirò coloro che ti benediranno
e coloro che ti malediranno maledirò
E in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”.
Allora Abram partì (…) aveva settantacinque anni quando lasciò Carran (..) e si diresse verso il paese di Cannan (…) per accamparsi nel Negheb.” Gn 12.1-9

La storia della salvezza inizia al capitolo 12 del libro della Genesi con Abramo e Sara; siamo nel Medio Oriente verso il 1850 a.C.
Abramo era un ricco pastore seminomade “molto ricco in bestiame, argento ed oro” (Gn 13.2), originario di Ur dei Caldei –località andata distrutta- a ridosso del Golfo Persico; in quanto pastore seminomade viveva in continui spostamenti alla ricerca di pascoli e commerciava; ma non aveva figli. Durante una delle sue peregrinazioni Abramo risale in grande fiume, l’Eufrate giungendo ad una città al confine con l’attuale Turchia: Carran; Carran significa “incrocio”, incrocio di vie commerciali ed a me piace pensare che Abramo si trovasse lì proprio per commerciare. Ma è proprio a Carran, città prosaica, che Abramo riceve la parola divina, la promessa di Dio e seguendo l’ispirazione divina si incammina a sud, verso il territorio di Cannan accampandosi nel Negheb.
La Bibbia non ci dice “come” Dio parla con Abramo, né ci dice quale fu la risposta di Abramo. Come farà poi Giuseppe di Nazareth, Abramo risponde con un’azione: si mette in cammino. Cambia luogo, cambia lingua, cambia lavoro (da pastore seminomade ad agricoltore stabile), cambia religione (fidandosi di Dio e divenendo così il padre di ebraismo, cristianesimo ed Islam).
Insomma si converte. Da ciò risulta che Abramo si fida di Dio.
Ma per noi è importante immaginare e capire come Abramo ha capito che l’istinto, l’intuizione che lo spingeva a sud veniva da Dio.
Abramo è uomo di mondo, abituato a basare la sua vita solo sulle proprie forze (non c’erano né assicurazioni, né pensioni a quei tempi!) e capace di fare guerra per liberare i suoi familiari (come nel caso della liberazione della tribù di Lot; Gn 14.16).
Dio parla con Abramo in “visione” ratificando una prima volta la promessa ed indicando ad Abramo di sacrificare degli animali sull’altare (Gn 15); poi Dio fa scendere un torpore su Abramo (cfr. il torpore di Adamo), fa scendere un fuoco dal cielo che consuma gli animali e ratifica una seconda volta la promessa. Dunque finora Dio parla tre volte con Abramo.
e poi ancora una quarta volta Dio ratifica la sua promessa verso Abramo, chiedendo però la circoncisione di tutta la tribù (Gn 17).
Una quinta volta Abramo parla con Dio, contrattando per la salvezza di Sodoma e Gomorra.
Cosa possiamo rilevare? Innanzitutto che Dio parla con Abramo a più riprese, fino a chiedergli gesti eclatanti (la circoncisione prima ed il sacrificio di Isacco poi); secondo poi che la rivelazione di Dio verso Abramo è graduale: sembra svilupparsi dall’intimo di Abramo, dall’intuizione, dalla vita quotidiana fino all’evento eccezionale: la nascita di Isacco.
Mi preme sottolineare la dimensione interiore di Abramo, il fatto che egli sapesse come vivere e che non ha avuto nessun bisogno di Dio per diventare ricco. Mi preme sottolineare l’intuizione di Abramo per chiedermi: quali sono le intuizioni che ho sulla mia vita? Verso cosa mi sento portato? Qual è il mio “nome”? Cosa mi spinge?
Per poter seguire le mie intuizioni ho bisogno di conoscermi sul serio, perché Dio non parla attraverso cose esterne a me, bensì attraverso la mia vita, attraverso il mio modo di ragionare e di pormi tra la gente.
Dio non ci manda gli sms. Mi dispiace. Ha scelto un altro modo di parlare con noi. La sua logica è diversa dalla nostra logica, dal nostro modo di ragionare ed è attraverso il percorso biblico che scopriamo come Dio ragiona. Tanto non ci manda le risposte al compito in classe, magari in cambio di 2 o 3 Avemarie! E no! Dio non é una macchina a gettoni: 3 paternostri e vinco al superenalotto!
Abramo segue dunque le sue intuizioni, i sogni od i segni (lasciatemi giocare con tali termini, soprattutto se pensiamo che i sogni rivelano i nostri desideri e sentimenti profondi, segreti) e camminando camminando lentamente emerge e si chiarifica alla sua mente la chiamata divina.
Il cammino fisico è simbolo del cammino interiore: per questo il pellegrinaggio è elemento caratteristico dell’uomo di fede (e per questo i luoghi di incontro dei cristiani si chiamano “parrocchie” cioè pellegrinaggi).
Il camminare zaino in spalla per lungo tempo (w gli scout!) ci costringe a fare delle scelte sulle cose da portare, ci costringe a metterci in gioco, ci apre all’imprevisto, a nuovi compagni di viaggio, ci costringe a fidarci degli altri, a fidarci delle indicazioni che riceviamo lungo il cammino. Ci mette in contatto con noi stessi facendo emergere ciò che realmente siamo ed il modo reale in cui ci comportiamo; il cammino ci toglie un buon numero di sicurezze e di presunte aspettative e ci mette alla prova.
Mettersi alla prova. Questo è il metodo che ci consente di avere il contato con la realtà. Mettere alla prova noi stessi ed i nostri amici, per vedere di che pasta siamo fatti, per imparare a volerci bene così come siamo e non come vorremmo essere.
Abramo riceve dunque la promessa da parte di Dio: una terra ed una discendenza “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle. E soggiunse: tale sarà la tua discendenza” (Gn 15.5).
Ma passati dieci anni (Gn 16.3) Sara non aveva ancora figli. La promessa di Dio tardava ad avverarsi e gli anni passavano. Forse Dio si era dimenticato di Sara? O forse si era divertito a prendere in giro Abramo? O forse era un Dio cattivo? O forse era stato tutto un sogno: non esisteva nessun Dio e nessuna promessa.
Allora Sara, seguendo un’usanza dell’epoca, diede ad Abramo la sua schiava Agar. Abramo si unì ad Agar che restò in cinta e partorì un figlio maschio di nome Ismaele. E dato che la schiava era considerata proprietà della padrona Sara, anche il figlio di Agar era considerato proprietà di Sara (oggi si parlerebbe di utero in affitto!). Però, si sa, la convivenza non è una cosa semplice già tra suocere e nuore, figuriamoci tra Sara ed Agar! Così Sara ed Agar diventano gelose l’una dell’altra: l’insignificante schiava porta in grembo il figlio di Abramo, e Sara “non contò più nulla per lei” (Gn 16.4). La stizza di Sara arriva al punto che caccia Agar nel deserto.
E la promessa di Dio? Può Dio ritirare la sua benedizione da Abramo e dalla sua discendenza, dunque dal figlio di Agar? No, Dio rimane fedele alle sue promesse, tanto che Dio consola Agar, la fa ritornare da Sara sua padrona e le farà partorire il figlio Ismaele.
Finalmente il Signore visitò Sara, che rimase incinta e partorì Isacco; ora Isacco ed Ismaele – cresciuti- giocavano insieme e Sara di nuovo entrò in contrasto contro Agar tanto da costringere Abramo a cacciarla via. E la promessa di Dio? Dio rimane fedele alla sua promessa e benedice anche la discendenza di Ismaele facendo diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, “perché è tua prole” Gn 21.13.
La tradizione vuole (ma la Bibbia non dice nulla su questo) che dalla stirpe degli israeliti si formi quel popolo arabo che poi Maometto converte all’Islam; sta di fatto che Abramo è venerato da tutte e tre le religioni monoteiste.
Dunque la promessa di Dio si è avverata; il sogno od il segno che aveva sospinto Abramo nel Negheb ha preso forma fino a diventare carne e d ossa nel figlioletto Isacco. Abramo legittimamente si aspetta di passare tranquillamente gli anni che gli restano innanzi.
Eppure credere in Dio è un cammino –come dicevamo prima- e la storia del patriarca Abramo, il prototipo del vero credente, ci insegna che il pellegrinaggio della nostra vita verso Dio ci mette continuamente in movimento. Dio chiede ad Abramo di sacrificare Isacco, il suo unico figlio e nuovamente Abramo in silenzio ascolta la parola del suo Signore (Gn 22).
A me piace pensare che Abramo abbia detto poco e niente a Sara (con quel caratterino…) che le abbia detto “Sai, vado con Isacco a fare un sacrificio a Dio” o qualcosa di simile, di molto vago.
Ed in silenzio, per tre giorni, camminando per mano ad Isacco, Abramo sale sul monte Moria. Giunto in cima lega il figlio su di una pietra ed inizia a pregare.
Lo so, la fine già la conoscete: arriva l’angelo e tutti vissero felici e contenti.
Ma per noi è importante immaginare e capire come Abramo ha vissuto i suoi sentimenti, l’intuizione che lo ha spinto a fidarsi di Dio, immaginare che tipo di preghiera può aver fatto sul monte, in ginocchio piegato su suo figlio, con il coltello tra le mani.
Che tipo di preghiera può aver pronunciato Abramo in quel momento: di lode? di rabbia?
Ma che razza di Dio è un Dio che prima mi viene a cercare (perchè è Lui che è venuto a cercarmi mentre io stavo tranquillo tranquillo dalle parti di Ur dei Caldei), mi fa cambiare vita, mi fa litigare in casa mia con Agar e Sara, poi mi da un figlio ed ora se lo vuole riprendere?
Che razza di Dio E’? E’ un Dio cattivo? Un Dio che si diverte a farmi del male? Un Dio dispettoso? Oppure non è così bravo ed onnipotente come voleva farmi credere! Tanto la fame nel mondo c’è ancora ed i missili uccidono ancora! Tanto Dio non ferma la guerra! Tanto Dio non aiuta il popolo oppresso!
Quante lacrime Abramo ha dovuto piangere. Le ha dovute versare tutte, è dovuto restare senza più lacrime, senza più fiato per imprecare, senza più forze per stare in ginocchio. Ha dovuto far uscire da dentro tutti i suoi sentimenti, fino a far uscire quelli più profondi, quelli nascosti, quelli che scattano solo in caso di pericolo.
L’ira, per esempio. E’ un sentimento profondo che esce solo se siamo arrabbiati e feriti. Non siamo irosi tutto il santo giorno, ma solo se qualcosa ci fa “scattare”.
Sentimenti profondi: quali ancora sono i miei sentimenti profondi? L’eros ad esempio. L’istinto erotico scatta nel momento che vediamo qualcosa che ci fa scattare (di solito qualcuna o qualcuno in costume adamitico!).
L’amore estremo: è nelle situazioni estreme quali i lager che si verifica la solidarietà estrema, fino al dono di se stessi.
Dunque i sentimenti profondi, quelli che ci spaventano. L’essere egoisti, per esempio. Ma no! Io non sono egoista. Io sono un bravo cristiano, vado a messa, faccio pure l’elemosina ogni tanto. Addirittura sono un professorino di religione. No, io non posso essere egoista. Gli altri sì che sono egoisti, ma io…io sono così bravo, buono, simpatico, gentile, generoso. Sono gli altri che non mi capiscono!
I nostri sentimenti profondi. Entrare in contatto con noi stessi e far coincidere l’interno con l’esterno. Essere puri di cuore, trasparenti, come i bambini. I bambini mica sono buoni e bravi: provate a vedere come litigano di santa ragione per una medesima macchinetta verso i 3-4 anni! E noi per entrare nel regno dei cieli dovremmo tornare bambini?! Già, perché i bambini non giustificano le loro azioni; non hanno bisogno di scuse o di scusarsi. Se vogliono baciarti ti baciano. Se vogliono quel biscotto sono capaci di certi capricci che ti fanno venire il mal di testa! I bambini sono trasparenti.
Abramo: lo abbiamo lasciato piangente sul monte; ebbene la preghiera di Abramo è piena di sentimenti contrastanti e contrastati: fede in Dio, amore verso il figlio e verso Sara; si sente tradito da un Dio geloso ed imperscrutabile al quale non si può dire di no. Abramo viene messo alla prova, si mette alla prova, si trova in una situazione estrema per vedere di che pasta è fatto.
Dio non ha bisogno di mettere alla prova Abramo: se Dio conosce già tutto, che gli cambia? Le cose cambiano ad Abramo! No: Dio non può volere il male; Dio mi vuole dire qualcosa, mi ha fatto camminare per farmi scoprire qualcosa, per farmi riaffermare con tutto me stesso, con le mie parole, con le mie labbra, con le mie lacrime, con la mia rabbia, che Lui è Il Dio della mia vita, che Lui è Il Dio di Sara, che Lui è Il Dio di Isacco. Sì Signore, credo in te.
E rialzando gli occhi appannati, vede un ariete impigliato per le corna ad un cespuglio. Adesso lo vede. Dopo aver affermato la propria fede in Dio con le sue lacrime, con le sue forze esauste. Solo in Dio la mia salvezza, Lui è la mia forza, il Signore è il mio bastone ed il mio vincastro (nei Salmi); Signore da chi andremo? (s.Pietro; da chi altri andremo? Anche volendo…)
L’angelo, il messaggero, l’angelo custode. Sostiene il cammino, non lo evita; sospinge nel cammino non lo appiana, non elimina le difficoltà, il male; “L’angelo del Signore si accampa attorno a quelli che lo temono e li salva” Sl ???
E così Abramo leggero leggero torna a casa, tenendo per mano Isacco. Cosa avrà raccontato a Sara? Questo proprio non riesco ad immaginarlo! Sappiamo solo che qualche anno dopo Sara muore,e Abramo piange la sua sposa; poi la seppellisce ad Ebron in un campo che gli Hittiti gli vendono in terra loro, a lui straniero, perché Abramo è riconosciuto come “un principe di Dio in mezzo a noi: seppellisci il tuo morto nel migliore dei nostri sepolcri. Nessuno di noi ti proibirà di seppellire la tua defunta nel suo sepolcro” (Gn 23.6).
La benedizione di Dio su Abramo si manifesta nelle occasioni della vita quotidiana, in maniera indiretta. Il modo di parlare di Dio non è diretto, ma è indiretto, attraverso gli eventi storici; per questo il primo sforzo del credente è quello di leggere la propria vita, di comprendere quali sono le cose per lui più importanti (umanamente più importanti), quali sono le sue priorità, qualità e caratteristiche. Perché Dio parla attraverso tali priorità, qualità e caratteristiche.
Per la cronaca: quando Abramo muore “in felice canizie, vecchio e sazio di giorni e si riunì ai suoi antenati, lo seppellirono i suoi figli Isacco ed Ismaele, nella caverna di Malpela (…) ivi furono sepolti Abramo e sua moglie Sara” (Gn 25.8-10). Abramo viene cioè seppellito dai suoi due figli accanto alla propria moglie.
Abramo è avanti negli anni e manda un suo servo a cercare una sposa per Isacco: lo manda nel paese dove si era arricchito, nei pressi di Carran, da Labano suo lontano parente, e lo rassicura che la sua missione sarà piena di gioia perché Abramo sa che “il Signore alla cui presenza io cammino manderà con te il suo angelo e darà felice esito al tuo viaggio” come si evince da Gn 24.40
Ed il servo va, con dieci cammelli carichi di doni, e trova una “giovinetta molto bella d’aspetto” (Gn 24.16) ad un pozzo d’acqua.
Il pozzo nei paesi aridi significa vita e l’acqua è salvezza; ora per il credente biblico l’acqua è la salvezza divina, e chi porta l’acqua ha una caratteristica divina di guida. Nella tradizione midrashica il pozzo indica il dono della Torah, la Parola di Dio che ristora e da’ la vita.
Trovatala, dunque, il servo ringrazia Dio “Sia benedetto il Signore, Dio del mio padrone Abramo, che non ha cessato di usare benevolenza e fedeltà verso il mio padrone. Quanto a me, il Signore mi ha guidato sulla via fino alla casa dei fratelli del mio padrone” (Gn 24.27), e la conduce dal padrone.
Isacco prende così in moglie Rebecca, seguendo i segni divini; ma Rebecca era sterile ed Isacco “supplicò il Signore per sua moglie e il Signore lo esaudì” (Gn 25.21) così che Rebecca divenne incinta di due gemelli: Esaù cioè “rosso”, e Giacobbe cioè “Dio protegga”; ora da bravi fratelli i due si urtavano –litigavano- fin dal seno della madre e persino nel parto Giacobbe teneva in mano il calcagno di Esaù.

Gelosia e perdono

“I fanciulli crebbero ed Esaù divenne abile nella caccia, un uomo della steppa, mentre Giacobbe era un uomo tranquillo, che dimorava sotto le tende.
Isacco prediligeva Esaù, perché la cacciagione era di uso gusto,
mentre Rebecca prediligeva Giacobbe” (Gn 25.27-28)

Isacco e Rebecca hanno due gemelli: il primo a venire alla luce, colui che sarà il primogenito (il principe ereditario), il futuro capo-tribù, è Esaù, mentre Giacobbe è il secondo genito.
Esaù è cacciatore e Giacobbe è agricoltore; nella Bibbia altri due fratelli hanno tali caratterizzazioni: Caino ed Abele. Tali caratterizzazioni permettono di indicare in maniera estremamente concreta due differenti modi di pensare e di vivere.
Mi spiego: qual è il modo di vivere di procurarsi il cibo del cacciatore? Quali sono le sue strategie? Il cacciatore esce per la caccia al mattino presto, porta con sé qualche arma (ma non troppe per non affaticarsi nel cammino), si apposta immobile e mimetizzato ed aspetta. Quando vede la preda deve ancora aspettare il momento migliore, in silenzio, con i nervi saldi; finalmente scocca il suo arco ed ha una sola possibilità per uccidere l’animale: se non lo colpisce bene l’animale scappa o, peggio, lo assale. I suoi tempi sono rapidi: entro sera deve portare qualcosa a casa, se vuole mangiare.
L’agricoltore lavora la terra fin dal mattino presto, ma se la terra è sua non deve andare lontano; i suoi tempi sono quelli delle stagioni, non ha fretta di vedere subito il frutto del proprio lavoro. Conosce tempi lunghi.
Due lavori differenti, due modi di pensare differenti, due modi di vivere differenti.
Immagino che sia naturale che in una famiglia tutti quanti condividano il frutto del proprio lavoro: il raccolto di Giacobbe sarà situato in dispensa e mangiato da tutti di volta in volta; analogamente la preda portata da Isacco non sarà mangiata unicamente da Isacco, ma sarà arrostita e condivisa da tutti.
Ebbene, dopo una lunga giornata di caccia Esaù torna a casa stanco ed a mani vuote; ha fame, e presumibilmente non ha mangiato un gran ché durante il giorno. Dunque si mette a tavola mentre il fratello sta cuocendo la minestra per la cena, una minestra di lenticchie e grano, di colore rosso, con latte fresco e latte acido a scaglie (il latte, latte di capra, era alimento importantissimo; veniva infatti gelosamente conservato in appositi otri, e mangiato anche a distanza di qualche giorno).
Fin assistiamo ad una scena di vita quotidiana.
Ma Giacobbe coglie al volo l’occasione per mettere Esaù alle strette e farsi dare il diritto alla primogenitura, il diritto cioè di essere lui il futuro capo-tribù, di dare il suo nome alla tribù quando il padre Isacco non ci sarà più. Giacobbe baratta un piatto di minestra con il diritto alla primogenitura, ed Esaù… accetta “A tal punto Esaù aveva disprezzato la primogenitura” (Gn 25.34) (più che l’amor poté il digiuno!)
Noi non sappiamo se Isacco e Rebecca vengono a sapere o meno di ciò che è successo tra i figli, ma comunque è facile per noi immaginare che tra Esaù e Giacobbe non scorra buon sangue.
Intanto la Bibbia ci presenta la storia di Isacco: e benedetto da Dio come Abramo, e come Abramo vive nel territorio dei Filistei, territorio a lui straniero; come Abramo in Gn 21.32 anche Isacco stringe alleanza con Abimelech re dei Filistei e si accorda sulla proprietà dei pozzi d’acqua a Bersabea, pozzi che Abramo aveva scavato e che successivamente i Filistei avevano tappato (Gn 26.31). Ancora: come Abramo che in Gn 12.13 quando si trova in paese d’Egitto dice che Sara è sua sorella e non sua moglie, per non rischiare di essere ucciso, così adesso Isacco a Gerar dice che Rebecca è sua sorella e non sua moglie (Gn 26.7)
Ancora: come capita ad Abramo, il popolo straniero si accorge quasi per sbaglio dell’inganno sorella-moglie e sia Abramo che Isacco vengono rimproverati perché chi avrebbe in buona fede preso in moglie Sara o Rebecca, sarebbe stato ucciso dal Dio di Abramo ed Isacco; cioè i popoli stranieri riconoscono che Abramo ed Isacco sono protetti dal loro Dio perché tutto ciò che fanno va a buon fine (e di conseguenza hanno paura del Dio di Abramo ed Isacco).

Esaù e Giacobbe? Gli anni passano ed Esaù si prese in moglie delle donne hittite e ciò fu “causa di intima amarezza per Isacco e Rebecca” (Gn 26.35); poi per rimediare si prese in moglie anche la figlia di Ismaele (Gn 28.9).
E gli anni passano ed Isacco diviene “vecchio e gli occhi gli si erano così indeboliti che non ci vedeva più” (Gn 27.1). A me piace pensare che fosse stata una semplice cataratta, ma in ogni caso Isacco si sente vecchio e stanco e vuole dare la sua benedizione al figlio maggiore, ad Esaù: lo vuole benedire con la benedizione che lui ha ricevuto da Abramo e che Abramo ha ricevuto da Dio.
Per i singoli passaggi della storia rimando direttamente alle pagine bibliche di Gn 27. Qui mi preme sottolineare il ruolo di Rebecca: è lei che chiama Giacobbe, lei che lo traveste con i vestiti di Esaù, lei che prepara velocemente il pasto; per opera sua Isacco benedice Giacobbe.
E poi è Rebecca che ascolta i propositi fratricidi di Esaù, lei che per salvare Giacobbe suggerisce ad Isacco di mandarlo presso Labano a cercare una moglie della loro stessa stirpe (Rebecca è della tribù di Labano, ricordate?).
Meno male che la Bibbia è maschilista! Il ruolo delle donne è qui fondamentale, come lo sarà in seguito con la mamma di Mosè, con Giuditta, con Elisabetta, con Maria di Nazareth.
Daltr’onde si è ebrei se si nasce da madre ebrea.
Sta di fatto che il furbo Giacobbe riesce per ben due volte a buggerare il fratello Esaù: Esaù dal canto suo è comprensibilmente adirato col fratello –lo vuole uccidere!
Ora, sappiamo tutti che dire il falso ed approfittarsi di chi è in difficoltà, meditare vendetta o preferire un figlio all’altro non sono comportamenti “politicamente corretti”; anzi sono comportamenti sbagliati. Eppure Dio non interviene a questo livello della storia umana. Dio non suggerisce cosa fare né impedisce di commettere sbagli od addirittura ingiustizie; Dio benedice Giacobbe attraverso Isacco, e poi conferma tale benedizione attraverso il sogno di Giacobbe in Gn 28.10-22. Addirittura!

Dinanzi alle “telenovele” della nostra vita Dio non si scompone; il suo modo di ragionare è di non intervenire direttamente; Dio non ci telefona, non ci manda gli sms, non risponde alle nostre invocazioni, non ci fulmina se facciamo del male.
Allora qual è il modo di ragionare di Dio?

“Giacobbe si mise in cammino ed andò nel paese degli orientali”(Gn 29.1) verso Carran.
Dove può avvenire un incontro significativo in una zona arida? Ma certamente presso un pozzo ove l’acqua è vita! Ed infatti Giacobbe incontra dei pastori di Carran presso un pozzo, e sono loro ad indicargli chi è Rachele, la pastora, la figlia di Labano. Appena vede Rachele “bella di forme ed avvenente di aspetto” (Gn 29.17) Giacobbe da solo srotola la pesante pietra del pozzo e fa bere le pecore. “Poi Giacobbe baciò Rachele e pianse ad alta voce” (Gn 29.11), si presentò a lei, si presentò a Labano e dimorò presso di loro per un mese.
Abbiamo già sottolineato come il pozzo indichi l’acqua inesauribile della Parola di Dio: ebbene è la presenza di Rachele che permette a Giacobbe di raggiungere l’acqua (tanto per sottolineare l’importanza della donna nel cammino verso Dio); solo dopo i due si baciano e piangono.
E’ bastato un solo sguardo per innamorarsi: Giacobbe ama Rachele e la chiede in sposa; si accorda allora con Labano in cambio di sette anni di servizio, anni che “gli sembrarono pochi giorni tanto era il suo amore per lei” (Gn 29.20).
Ma come in ogni telenovela che si rispetti c’è bisogno del colpo di scena; ed il colpo di scena è il seguente: Rachele era la minore di due figlie, e sua sorella maggiore si chiamava Lia (non particolarmente bella se il testo ci dice che “Lia aveva gli occhi smorti” Gn 29.17). Ora era tradizione che doveva sposarsi prima la sorella maggiore e poi la minore; in caso contrario tuta la famiglia sarebbe stata coperta di vergogna. Ebbene giunto il giorno del matrimonio, Labano organizza una grande festa ed a me piace pensare che, come ogni festa che si rispetti, il vino sia scorso a fiumi con brindisi su brindisi. Ed altri brindisi. Viva gli sposi! Così finita la festa a notte fonda Giacobbe entra nella sua tenda sottobraccio alla sposa…ed al mattino seguente si accorge di aver sposato Lia!
Giacobbe, l’uomo furbo, colui che aveva gabbato il fratello per ben due volte, colui che aveva ricevuto la benedizione da parte di Dio, proprio lui stavolta è stato raggirato. E con la complicità (seppure ob torto collo) di Rachele. E Dio lascia fare …
Solo al termine della settimana nuziale Giacobbe potrà sposare finalmente Rachele, ma dovrà servire Labano per altri sette anni (che stavolta non gli sembreranno pochi giorni!), anni nei quali “si arricchì oltre misura e possedette greggi in grande quantità, schiave e schiavi, cammelli ed asini” (Gn 30.43).
Giacobbe amava Rachele e non tanto Lia, ma Rachele rimane per lunghi anni sterile, mentre Lia è la donna feconda che gli partorisce numerosi figli; eppure il grande numero di figli partoriti non accresce subito l’attenzione di Giacobbe verso Lia. E’ Rachele la donna amata, colei che sembra avere tutto, ma non ha figli; Lia viceversa è meno amata però è quella feconda. “Rachele, vedendo che non le era concesso di procreare figli a Giacobbe, divenne gelosa della sorella e disse a Giacobbe: dammi dei figli, se no io muoio!” (Gn 30.1).
Tale è l’abbattimento di Rachele che sfiora la disperazione. E Giacobbe non può fare nulla, si sente impotente. Se Dio non vuole, cosa posso fare io? Si innesca ora una sorta di gara tra le due sorelle che hanno figli per interposta persona, per mezzo delle loro rispettive schiave (secondo una legittima usanza del tempo; così pure fece Sara con Agar). Finalmente Dio si ricorderà di Rachele che darà alla luce il più piccolo tra i figli: Giuseppe (il sognatore, il principe d’Egitto); Giuseppe è nome augurale che significa “Dio me ne aggiunga ancora”, ed è naturale pensare che Giacobbe lo amasse più di tutti gli altri: è il figlio della sua adorata Rachele!
Adesso che anche Rachele ha un figlio, Giacobbe può intraprendere il cammino di ritorno verso il padre Isacco.
Da quanto traspare dal racconto biblico non sembra che Labano abbia trattato un gran ché bene il nostro Giacobbe, ma Giacobbe non si è mai ribellato ed ha sempre avvertito la presenza del Dio di suo padre; finiti gli anni pattuiti Giacobbe decide dunque di tornare dal padre Isacco e si mette in cammino. Il comando stesso di Dio durante il viaggio di andata era di tornare presso il padre.

Tornare a casa significa per Giacobbe incontrare il fratello Esaù: quale sarà l’atteggiamento di Esaù? Vorrà ancora ucciderlo? Oppure i tanti anni trascorsi (almeno 14) hanno cambiato il cuore di entrambi i fratelli?
Giacobbe, l’uomo furbo e benedetto da Dio, manda avanti a sé alcuni messaggeri al fratello Esaù, così da scrutarne i sentimenti; ed i messaggeri gli riferiscono che Esaù in tutta risposta si prepara a venirgli incontro con quattrocento uomini.
E’ la fine.
Giacobbe si rende conto che Esaù viene per compiere la sua vendetta; quattrocento uomini contro un accampamento: è praticamente inutile difendersi. Allora Giacobbe separa in due le tende, ponendo da una parte Lia con i figli che gli aveva partorito, i suoi schiavi e le sue schiave; ed arretrata più indietro (più protetta) Rachele con Giuseppe, i suoi schiavi e le sue schiave. Un ultimo tentativo compie Giacobbe: divide la maggior parte dei suoi beni in tante parti affidandone ciascuna ad un servo, e poi ordina ai servi di portarli in dono ad Esaù. Non tutti insieme però, ma un po’ alla volta, ad una certa distanza gli uni dagli altri. “Pensava infatti: lo placherò con il dono che mi precede ed in seguito mi presenterò a lui; forse mi accoglierà con benevolenza” (Gn 32.21).

Cala la notte nel cuore di Giacobbe. E’ il momento in cui deve fare conti della sua vita, con suo fratello e con Dio. Notte insonne.
“Durante quella notte (…) Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora” (Gn 32.23ss).
Il rancore di Esaù è comprensibile, anche se a distanza di tanti anni sembra un po’ esagerato; ma la sua vita? Giacobbe, come ha condotto la sua vita? E’ stato un fuggiasco, è stato benedetto da Dio, è diventato ricco ed ora è ancora errante; ha mogli, figli, schiavi, schiave, ricchezze. E’ stato fedele alla promessa divina? E com’è cambiato il suo rapporto con Dio?
Notte insonne nella quale guardare la sua vita, ciò che pensa della sua vita e ciò che pensa di Dio. Il giudizio di Dio sta per raggiungerlo. E’ pronto?
La lotta con questo misterioso individuo si protrae per tutta la notte; magari è iniziata con virulenza, ma dopo ore non può che essere una lotta a non cedere, a resistere, quando i crampi paralizzano i muscoli, le botte ricevute e quelle date hanno ormai sfinito il fiato, quando la testa non è più lucida, quando la vita ci ha tolto ogni certezza. E sei da solo.

“Giacobbe rimase solo ed un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quegli disse: lasciami andare, perché è spuntata l’aurora. Giacobbe rispose: Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto! Gli domandò: Come ti chiami? Rispose: Giacobbe. Riprese: Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele perché ha combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!” (Gn 32.25-29).

Non ti chiamerai più Giacobbe ma Israele, cioè “Dio è forte”. Tuttora il popolo ebraico si chiama popolo di Israele e non popolo di Giacobbe. Giacobbe cioè vince persino con Dio e Dio continua a benedirlo. Non solo, ma gli fa una profezia: “hai combattuto con gli uomini ed hai vinto”. Ma i quattrocento uomini non erano ancora arrivati: ciò significa che non morirà, resterà in vita, che Dio ancora una volta è con il furbo Giacobbe; Dio rimane fedele alla promessa che Lui stesso ha fatto.
Di lì a poco ecco arrivare Esaù con il suo esercito: Giacobbe “si prostrò sette volte fino a terra mentre andava avvicinandosi al fratello. Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero” (Gn 33.3-4).
Cinque verbi per descrivere una scena: gli corse incontro, lo abbraccio, gli si gettò al collo, lo baciò, piansero. E’ una scena che parla da sola, che solo ad immaginarla rende plasticamente i sentimenti di Giacobbe che si avvicina ad Esaù prostrato a terra, come l’ultimo degli schiavi, e di Esaù che giunto lì per vendicarsi, in quel giorno che aveva aspettato da anni, lo guarda e si scioglie nell’abbraccio.
La riconciliazione tra i due nasce dalla riconciliazione con se stessi. Per questo Giacobbe ha dovuto lottare tutta la notte, per fare i conti e riconciliarsi con se stesso, col fratello e con Dio.
Addirittura Giacobbe dovrà insistere non poco col fratello per fargli accettare “il dono augurale che ti è stato presentato perché Dio mi ha favorito e sono provvisto di tutto. Così egli insistette e quegli accettò” (Gn 33.11).
E vissero tutti felici e contenti.
A dire la verità, dopo essersi riconciliati, Esaù e Giacobbe si separano e vivono ad una certa distanza, l’uno verso Seir e l’altro verso Succot. Saggezza biblica!

Successivamente Rachele, la donna che aveva gridato: dammi dei figli se no io muoio!, muore nel dare alla luce il secondo figlio, Beniamino (Gn 35.18). Rachele muore per dare la vita; è una morte feconda, carica di speranza. Rachele la pastora, la guida di Israele, colei che fa sgorgare l’acqua dal pozzo, genera Giuseppe il salvatore del popolo, e muore dando la vita; Rachele, nome che a me piace far risalire al rachim, utero, alla dolce sede della vita. E’ lei una delle madri nella fede.

Come ragiona Dio

Giuseppe è il figlio che Giacobbe-Israele ha avuto da Rachele; è il figlio più amato e più coccolato tra tutti; ora i suoi fratelli erano invidiosi, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente.
Inoltre Giuseppe faceva dei sogni che candidamente narrava in famiglia, e tra l’altro aveva sognato che lui sarebbe diventato più importante di tutti gli altri fratelli, e che persino Giacobbe e Rachele si sarebbero prostrati davanti a lui. Insomma, i suoi sogni non potevano certo facilitare i rapporti, tanto che i fratelli decisero di ucciderlo.
L’occasione propizia si presentò un giorno che Giuseppe era stato mandato dal padre a vedere dove gli altri stavano accampati a pascolare le greggi. “Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica dalle lunghe maniche ch’egli indossava, poi lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz’acqua. Poi sedettero per prendere cibo. Quando ecco, alzando gli occhi, videro arrivare una carovana di Ismaeliti (…)che andavano in Egitto.(…) Estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d’argento vendettero Giuseppe agli Israeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto”. Dissero al padre che era stato sbranato e Giacobbe fece lutto sul figlio per molti giorni. “Intanto i Madianiti lo vendettero il Egitto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie” (Gn 37.23-36).
“Il Signore fu con Giuseppe: a lui tutto riusciva bene e rimase nella casa dell’Egiziano, suo padrone” (Gn 39.2)
Giuseppe è stato venduto dai suoi fratelli, è entrato in Egitto dopo almeno venti giorni di carovana sui cammelli, è stato nuovamente venduto a Potifar; ha dovuto imparare una nuova lingua, una nuova cultura, un nuovo modo di vivere.
La sua vita non si presenta “facile”: deve imparare velocemente a bastare a se stesso, a non rinchiudersi nel vittimismo (“ce l’hanno tutti con me”) anche se sarebbe umano. Ecco: è umano abbattersi, scoraggiarsi, farsi cadere le braccia. Lui, il più coccolato della famiglia, quello sempre al centro delle attenzioni di Abramo, quello più importante, è ora l’ultimo, venduto come uno schiavo per venti sicli d’argento (un siclo equivale a 5.60 gr. d’argento, quindi Giuseppe fu venduto per 112 gr. d’argento che oggi equivalgono più o meno a 250 euro).Certo non è più un bambino, ha diciassette anni (Gn 37.2) e dunque da tempo è divenuto adulto, figlio della legge (si diventa adulti a 12 anni). E’ in grado quasi di sposarsi. E ciò accentua la condizione di privilegio nella quale era vissuto finora. Ora la vita lo chiama, ora è l’occasione per vedere e dimostrare a se stesso di che pasta è fatto. Ora l’unica sua forza è Dio.
E tutto a lui riesce bene perché il Signore lo assiste; è così bravo che Potifar giunge ad affidargli l’amministrazione di tutti i propri beni. Però le sua peripezie sono appena cominciate: la moglie di Potifar tenta invano di sedurlo e non riuscendovi, accusa Giuseppe di aver provato a “scherzare” con lei. Potifar allora, credendo alle parole della moglie, “si accese d’ira” e mise Giuseppe in prigione dove erano detenuti i carcerati del re. Anche qui Giuseppe è guidato dal Signore e si fa subito conoscere come persona degna di stima tanto che a lui venne affidato tutto quanto c’era da fare nella prigione.
Naturalmente la caratteristica di Giuseppe è quella di saper interpretare i sogni; e si da’ il caso che vengono messi in carcere il coppiere ed il panettiere del faraone (con l’accusa di aver offeso il faraone); ebbene: entrambi una medesima notte hanno un sogno, di cui però non riescono a trovare l’interpretazione e chiedono a Giuseppe. Giuseppe ascolta i sogni e li interpreta, dicendo che tra tre giorni il coppiere sarà liberato e reintegrato al suo posto, mentre il panettiere sarà giustiziato.
Giuseppe, preso da parte il coppiere, si raccomanda che non si dimentichi di lui una volta reintegrato al proprio posto. Tra disgraziati si fa subito amicizia; o no?
Ed infatti la Bibbia ci dice che dopo tre giorni il panettiere fu giustiziato ed il coppiere reintegrato; ma il coppiere si dimenticò di Giuseppe.
Passano i giorni, i mesi e gli anni; tutti si sono dimenticati di Giuseppe: i fratelli, Potifar, il coppiere. Sono anni lenti, monotoni, sempre con gli stessi sevizi da fare; nuovi carcerati entrano ed altri escono, ma Giuseppe sta sempre lì. Già, la vita del carcerato. Quali sono i sentimenti di Giuseppe, un ragazzo nel pieno degli anni, ingiustamente accusato ed ingiustamente incarcerato? Mi vengono alla mente i desaparecidos, i perseguitati per la libertà, coloro che rivendicano solo una terra da coltivare. E penso che io mi sono dimenticato di loro. E penso che io sono il loro carceriere; certo un carceriere molto pulito: io mi lavo tutti i giorni, ho l’acqua potabile, lavo la mia casa con l’acqua potabile, lavo la mia macchina con l’acqua potabile; compro la benzina con i proventi delle mie pulitissime cedole azionarie. E lascio scorrere l’acqua quando mi lavo i denti. Mica sono come gli zingari che puzzano, io. Lavo i miei vestiti tutte le settimane, per bene, in lavatrice; compro un detersivo particolare che li mantiene morbidi e profumati; metto il detersivo dentro la lavatrice, accendo il programma ed aspetto. Poi il detersivo esce dal tubo di scarico. Mentre Giuseppe e tutti i suoi compagni sono ancora chiusi dentro il carcere della sporcizia, della povertà, senza acqua potabile. Ma scusate: non devo confondere i raccontini della bibbia con la vita vera.
E infatti…dopo due anni il faraone fece dei sogni strani, quasi degli incubi, che lo lasciarono inquieto; in questi sogni apparivano rispettivamente sette vacche grasse e sette vacche magre; e nessuno degli indovini sapeva interpretare il sogno del faraone. E il faraone era inquieto.
E’ a questo punto che il coppiere si ricorda di quel poveraccio di Giuseppe, e lo manda a chiamare; Giuseppe si taglia i capelli, si lava, si veste bene e si presenta dal faraone, da colui che ha potere di vita e di morte su tutto l’Egitto. Ascolta senza timore i sogni e li interpreta così come sono, senza tentare di inventarsi storie per “tirare l’acqua al suo mulino”, senza tentare di contrattare i suoi servigi. Giuseppe non sa barare. Anzi afferma dinanzi al faraone che non è lui a saper interpretare i sogni magari in virtù di un qualche misterioso potere: “Non io, ma Dio darà la risposta per la salute del faraone!” (Gn 41.16). Dio che si preoccupa della salute del faraone? E’ il colmo! Quel Dio che non si è preoccupato della salute di Giuseppe, si dovrebbe ora preoccupare della salute del faraone! Ma no! Non è possibile! Ma come ragiona questo Dio?! E pure tu, Giuseppe: datti una mossa, sfrutta questa occasione perché non ce ne sarà un’altra. O preferisci continuare a marcire in carcere? Allora fatti furbo. Ma tu, Giuseppe, hai già iniziato ad ascoltare i sogni del faraone; la tua mente è sgombra da ogni rancore, pensiero o preoccupazione. Ora stai guardando negli occhi il faraone e non pensi nulla, ascolti il suo cuore perché persino il faraone ha un cuore inquieto, un cuore ferito, da fasciare. Di cuori feriti sei ormai esperto. Conosci il tuo innanzitutto; e poi quello del tuo padre Giacobbe (chissà quante volte ti avrà raccontato della fuga da Esaù, dell’incontro con Rachele tua madre, della notte con l’angelo); ed ancora il cuore di chi sta in carcere sa che lì dovrà marcire.
Tu lo ascolti come un angelo di Dio sa ascoltare; e parli: il messaggio dei sogni è unico: stanno per venire sette anni in cui ci sarà grande abbondanza per l’Egitto, come mai è successo prima, e poi sette anni di grande carestia (il numero sette indica la perfezione delle cose create –Dio crea in sette giorni- e dunque significa la pienezza dell’abbondanza prima e della carestia poi). Tu Giuseppe sai riunire gli incubi del faraone, i sogni, i desideri strappati e separati gli uni dagli altri e li sai ricondurre al cuore del messaggio, all’unità. I nostri poveri cuori lacerati da troppe preoccupazioni. E suggerisci al faraone di trovare un uomo intelligente e saggio da mettere a capo del paese d’Egitto per coordinare le operazioni.
“La cosa piacque al faraone e a tutti i suoi ministri (…) Tu stesso sarai il mio maggiordomo e ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo: solo per il trono io sarò più grande di te” (Gn 41.40)
La cosa piacque al faraone: il faraone è preoccupato del suo trono, non della sua anima; non coglie la nobiltà d’animo di Giuseppe ma è interessatissimo a che il Dio di Giuseppe gli possa essere utile.
Per questo Gesù dirà che è più semplice che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio, intendendo per “cammello” il filo ricavato dai peli del cammello, un filo tutto filamentoso che passando dentro in piccolo foro non rimane unito e compatto ma si sfilaccia peggio, così che, se va bene, ne esce un solo filetto esile esile. Il filo rappresenta il cuore di un ricco che si sfilaccia per le numerose preoccupazioni, tanto che non ne rimane quasi nulla.
Ma presto vengono gli anni di carestia per l’Egitto, per l’Egitto e tutta la zona limitrofa, così che molte popolazioni –tra cui i figli di Giacobbe- chiedono di entrare per potersi sfamare; ed in cambio offrono la loro forza lavoro.
Tra i vari popoli, dicevo, c’è anche quello ebraico: ebbene i figli di Giacobbe chiedono il permesso per entrare e vanno a parlare proprio con Giuseppe –non sapevano che era loro fratello- perché questi aveva autorità sull’Egitto.
Ora Giuseppe, che ha patito tutto quello che ha patito a causa dei suoi fratelli, se li ritrova ai suoi piedi, affamati e tristi. Non è forse questo il momento tanto atteso? Adesso vi faccio vedere io! Adesso mi vendico; ma poco a poco, perché la vendetta è un piatto che va servito freddo. Tanto per cominciare dichiara che sono delle spie, e li mette in carcere.
Passati tre giorni li richiama e gli dice: se è vero ciò che dite, che siete del paese di Canaan e non siete delle spie, uno di voi resti incatenato in carcere e gli altri tornino indietro a prendere vostro padre ed anche l’ultimo figlioletto, Beniamino. Beniamino infatti era l’ultimo fratello, nato dopo la vicenda di Giuseppe e dunque Giuseppe non lo conosceva.
Per la cronaca, da Canaan all’Egitto, (meglio da Ebron ad Avaris) ci sono circa 300km da fare a piedi, con il cammello o più probabilmente con gli asini (Gn 43.24) il che vuol dire che si impiegano 7-10 giorni per la sola andata.
Ma il padre Giacobbe si sentiva troppo vecchio per il viaggio e dopo aver a lungo pianto lasciò che gli portassero via in Egitto Beniamino.
Giunti di nuovo in Egitto (quindi dopo tre settimane, circa) Giuseppe

“non potè più contenersi dinanzi ai circostanti e gridò:
Fate uscire tutti dalla mia presenza!
Così non restò nessuno presso di lui mentre Giuseppe si faceva conoscere ai suoi fratelli. Ma diede un grido di pianto e tutti gli Egiziani lo sentirono e la cosa fu risaputa nella casa del faraone. Giuseppe disse ai suoi fratelli:
Io sono Giuseppe, il vostro fratello, che voi avete venduto per l’Egitto.
Ma ora non vi rattristate e non vi crucciate per avermi venuto quaggiù perché Dio mi ha mandato qui prima di voi per conservavi in vita. (…) Dio mi ha mandato qui prima di voi, per assicurare a voi la sopravvivenza nel paese e per salvare in voi la vita di molta gente (…) affrettatevi a condurre quaggiù mio padre” (Gn 45.1-13)

E per la terza volta fecero avanti ed indietro, per prendere il loro padre Giacobbe. Così la “vendetta” di Giuseppe fu completa.
Già, perché il modo di ragionare di Dio non è uguale al nostro modo di ragionare; così il modo di ragionare di Giuseppe. Giuseppe non si vendica. Come dirà S.Paolo: “La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. (…) Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!” (1 Cor 13.4-13).
Dio trasforma il male in occasione di bene.
Non elimina il male, la sofferenza, la malattia, la morte; non ci fa scendere la risposta esatta ai compiti in classe, non ci fa vincere al superenalotto (anche se io qualche idea per costruirci degli ospedali ce l’avrei!). Gesù stesso, che è Dio, che faceva i miracoli, che aveva “i poteri” non elimina la sofferenza, la fatica di studiare, non ci ha dato la memoria invincibile. Poteva farlo ma non o ha fatto. Dio con un solo schioccare di dita può eliminare tutte le cose brutte, le malattie e le incomprensioni; ma non lo fa. Non lo vuole fare. La logica divina è quella di trasformare il male in occasione di bene. Come Giuseppe che dice “Voi mi avete fatto del male, e quel male rimane; ma proprio attraverso quel male Dio mi ha mandato qui prima di voi perché io ora vi possa accogliere, perché quel male ora divenga occasione di bene”.
Quel male fatto ad uno è divenuto bene per tutta la tribù. Questo è divino.
Umano è rassegnarsi, cercare di “giustificare” Dio, di dire che se Dio non si muove una ragione ci dev’essere, magari che Dio mi sta punendo. Divino è guardare la vita così com’è, chiamare “male” il male e “bene” il bene, e sfruttare persino il male come occasione per aprirmi agli altri, come occasione di bene. “Tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8.28) o traducendo l’aoristo greco nell’altro modo possibile:“Tutto Dio fa concorrere al bene di coloro che lo amano”.
Veramente Dio è un Dio misterioso, geloso di tutti i suoi figli. Tutti.

Crescita e progetto di vita

L’Egitto, la potenza dell’epoca; come la Germania in Europa o gli USA nel mondo. E gli ebrei vi entrano sotto la protezione di Giuseppe, amministratore del faraone. Fosse questa la terra promessa? Non c’è terra più rigogliosa di quella bagnata irrigata dal limo del Nilo; solo le grandi civiltà assira e babilonese possono mettersi a paragone con quella egizia. Pensiamo ai templi ed alle piramidi, prodigi di architettura; pensiamo ai geroglifici, ai colori realizzati con estratti naturali; alla medicina, all’arte militare. Gli egiziani rappresentano una cultura, ed il popolo ebraico una piccola tribù tenuta coesa dalle sue (strane) credenze religiose. Già perché gli ebrei sono monoteisti e vivono in un contesto di popolazioni politeiste e di loro più forti. Che le divinità degli altri popoli sono più forti del Dio di Abramo? Ma allora esistono sul serio tante divinità? Oppure esiste un solo Dio? E se esiste un solo Dio –che è il nostro- gli altri popoli, chi pregano? Vengono in qualche modo ascoltati se sono in buona fede?
Domande queste comuni ad ogni uomo, finché non sperimentiamo sulla nostra pelle la presenza di Dio (presenza che, come il fuoco, di solito brucia; e lascia i segni). Così il libro sapienziale di Giobbe si conclude con la fede rinnovata in Dio: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42.5).
L’Egitto, dicevo, il grande Egitto guidato dal divino faraone, figura da adorare come una divinità.
Ed il piccolo popolo ebraico. Ora il piccolo popolo ebraico, legato alle proprie usanze e tradizioni che lentamente si andavano formando, si moltiplica molto, ma senza mischiarsi agli altri popoli. Si sposano solo tra ebrei, per mantenere viva e rafforzarsi reciprocamente nella fede.
Questo modo di comportarsi insospettiva non poco gli egiziani, i quali avevano tutto l’interesse che le popolazioni che lavoravano per loro vivessero in pace, senza attriti. Divise quanto bastava per tenerle sotto controllo, ma tra loro in pace per farle lavorare bene.
Passano gli anni, quattrocentotrenta anni (Es 12.40), si succedono le generazioni ed i faraoni, ed il popolo ebraico si moltiplica tanto che gli egiziani li opprimono con lavori forzati, tendono ad ucciderne i neonati maschi e soprattutto impediscono loro di andare a pregare il loro Dio. La schiavitù nasce come schiavitù religiosa, come impossibilità di andare qualche giorno nel deserto per pregare Dio; schiavitù come limitazione delle libertà religiose, gravosa quanto una persecuzione.
Ora, se ci troviamo in terra straniera, come possiamo fare per ottenere la cittadinanza, od almeno il permesso di soggiorno? La cosa più semplice è quella di trovare un lavoro in regola; oppure possiamo sposarci con una persona che è nata nel paese; ma se siamo piccoli, o meglio neonati, possiamo farci adottare. E’ quello che ha pensato la madre di Mosè: far adottare suo figlio cosicché possa sfuggire all’oppressione e vivere una vita migliore.
Mosè aveva una sorella più grande di circa dodici anni, Miriam, che faceva parte del gruppo delle ancelle che si occupavano di una residenza estiva della figlia del faraone (probabilmente RamsesII), residenza che si trovava sul Nilo (o forse su di una diramazione del Nilo).
Quando Mosè ebbe tre mesi, la madre “non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose tra i giunchi sulla riva del Nilo. La sorella del bambino si pose ad osservare da lontano che cosa gli sarebbe accaduto” (Es 2.3-4). Miriam è la sorella maggiore, attenta alla sorte del fratello, è colei che vigila; in quanto ancella ha libero accesso alla residenza, e dunque può assistere in prima persona a ciò che accade. Ed accade che la figlia del faraone si accorge del bimbo, si commuove, e decide di tenerlo. Ecco che Miriam si presenta davanti a lei dicendo:”Devo andarti a chiamare una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?(…) la fanciulla andò a chiamare la madre del bambino”(Es 2.7-8). Così Mosè (che significa “Salvato dalle acque”) bambino ebreo viene adottato addirittura dalla figlia del faraone ed allattato da sua madre. Il fatto che la figlia del faraone possa adottare tranquillamente un bambino ebreo (sa che è ebreo perché i maschi sono circoncisi all’ottavo giorno) ci indica che la schiavitù imposta non poteva essere ferrea. Doveva essere una schiavitù che gli ebrei sentono e vivono in modo particolarmente pesante; per questo io penso più che altro ad una limitazione delle libertà religiose.
Inoltre Mosè ha bisogno di una nutrice, e Miriam riesce a farlo allattare dalla madre; a quel tempo i bambini venivano allattati fino al terzo anno d’età, e ciò significa che Mosè ha potuto imparare bene tutta la tradizione ebraica da Abramo fino a Giuseppe, così da potersi poi considerare a tutti gli effetti un ebreo.
Il racconto dell’Esodo ci dice che all’età di quarant’anni Mosè vide un egiziano che colpiva un ebreo e Mosè “voltatosi intorno e visto che non c’era nessuno, colpì a morte l’egiziano e lo seppellì nella sabbia” (Es 2.12). La cosa si riseppe, ma gli ebrei non potevano fidarsi di Mosè, di lui che era mezzo ebreo e mezzo egiziano, e che viveva insieme agli oppressori; dal canto loro gli egiziani lo cercavano perché colpevole di omicidio. Non restava altra via che la fuga: attraversato il Mar Rosso Mosè si rifugia nel deserto di Madian, dall’altra parte del Sinai, ove passa quarant’anni a pascolare le pecore del suocero Ietro. E’ qui nel deserto, un deserto di sassi e non tanto di sabbia come il Sahara, che un giorno Mosè è attratto da un fenomeno apparentemente banale: un roveto che arde.
Dato il caldo, è del tutto normale che talvolta si verifichino effetti di autocombustione; la cosa meno normale è che questo roveto continua a bruciare. Passa qualche minuto, passa un quarto d’ora, passa mezz’ora e questo roveto non si secca, non diventa cenere; Mosè si avvicina per vedere “questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?” (Es 3.3) E qui Mosè riceve la missione di liberare il popolo dagli egiziani, e contemporaneamente la rivelazione del nome di Dio, qui alle pendici del monte Oreb:
“Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe (…) Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo, gli Israeliti! (…) Io sarò con te. (…) Io sono colui che sono! (…) Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi” (Es 3.6-14).

Mosè insisterà un po’ con Dio perché è “impacciato di bocca e di lingua”(Es 4.10) cioè probabilmente è balbuziente, e Dio gli ordinerà di parlare al Faraone insieme al fratello Aronne.
Sorvolo in questa sede sulle dieci piaghe d’Egitto, circa le afflizioni che cadono sugli egiziani fin quando Mosè non riesce a fuggire col suo popolo, ed invece desidero concentrare l’attenzione sulla vita di Mosè e sulla liberazione. (Per la cronaca le dieci piaghe ricordate in Es 7-13 sono: l’acqua del Nilo cambiata in sangue; le rane; le zanzare; i mosconi; la mortalità del bestiame; le ulcere; la grandine; le cavallette; le tenebre; la morte dei primogeniti).
Il racconto biblico di Es 12-15 è particolarmente denso di indicazioni che Mosè riceve direttamente da Dio: il popolo mangerà azzimi per una settimana, nel settimo ci sarà una festa in onore del Signore. Poi Mosè farà uscire il popolo dal paese d’Egitto attraverso lo jam sùf, il “mare delle canne o dei giunchi” (Es 13.18), cioè il mar Rosso, mentre “il faraone lasciò partire il popolo”(Es 13.17). Ma subito dopo “il cuore del Faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo” (Es 14.5) e lo fece inseguire. E qui il miracolo: il mare che nottetempo aveva fatto passare gli ebrei all’asciutto si richiude inghiottendo gli egiziani; anzi il testo biblico dice che la mano del Signore frenò le ruote dei carri degli egiziani e poi li sommerse con le acque facendoli perire tutti quanti (Es 14.21-31).
Passati all’altra riva è Miriam, la sorella maggiore di Mosè ed Aronne che intona il canto al Dio salvatore, fermando il popolo e facendolo ballare in segno ringraziamento (Es 15.20).

Per la cronaca, l’archeologia non ci aiuta a datare il momento della liberazione, perché gli annali egizi non ne parlano. Sappiamo che il faraone è Ramses II, sappiamo tra l’altro che verso il 1220 a.C. una stele menziona una vittoria sul popolo d’Israele, ma l’Esodo è narrazione caratteristica della Bibbia.
E paradossalmente ciò caratterizza di nuovo il modo di fare di Dio: Dio non si serve di eventi straordinari, bensì manifesta la sua potenza attraverso ciò che non conta, ciò che è inutile, magari mediante un popolo che porta così sfortuna (le dieci piaghe) che non vale la pena neanche inseguirlo per distruggerlo: gli egiziani lo hanno inseguito per un po’ ma è riuscito a scappare? Che se ne vada a morire nel deserto.

E Mosè guida il popolo attraverso il deserto, attraverso luoghi che lui conosce già perché vi faceva pascolare le pecore quando viveva lì con la moglie Zippora ed i suoi figli (Es 2.22).Anzi la Bibbia menziona anche un incontro tra Mosè e Ietro (Es 18.1-13).
Al terzo mese dall’uscita dall’Egitto, giunti nel Sinai ai piedi dell’Oreb, Mosè torna a parlare con Dio. L’Oreb è il monte dal quale Dio gli ha parlato nel roveto ardente, e dunque è un luogo particolarmente significativo per Mosè, e qui resterà per quaranta giorni e quaranta notti, scrivendo il Decalogo (i 10 comandamenti; Es 20). Ma gli ebrei rimasti ai piedi del monte senza la loro guida si sentono soli; Mosè tarda a venire e loro hanno bisogno di un qualche segno particolare: ecco che si costruiscono un vitello d’oro fondendo alla “bell’e meglio” quanto avevano d’oro.
Vi lascio immaginare lo scoraggiamento di Mosè quando scendendo dal monte con le tavola ha visto l’incredulità del popolo. Neanche la liberazione dall’Egitto ha fortificato la fede; veramente l’adesione di fede ha a che fare con la dimensione più intima dell’uomo.
Sta di fatto che Mosè tornerà nuovamente a parlare con Dio e nuovamente riceverà le tavole della legge e l’alleanza (Es 34), nuovamente scenderà dal monte e parlerà al popolo.
Guiderà inoltre il popolo nel deserto per altri quarant’anni, e li farà entrare nella terra che il Signore aveva loro promesso, in Canaan, solo dopo la morte della generazione che aveva costruito il vitello d’oro. Mosè vedrà da lontano la terra promessa, ma neanche lui vi entrerà.

Dunque stando alla lettera del racconto biblico Mosè avrebbe vissuto 40 anni presso la corte del faraone, 40 anni nel deserto di Madian con la moglie Zippora ed il suocero Ietro, ed infine altri 40 anni nel deserto alla guida del suo popolo; avrebbe cioè vissuto 120 anni, cifra poco attendibile.
La vita media del tempo era appunto di 40 anni; il numero 40 indica,cioè, un cammino che inizia e raggiunge il suo compimento, come la vita di un uomo. Allora dire che Mosè ha vissuto 40 anni alla corte del faraone equivale a dire che il cammino di crescita intellettuale di Mosè è stato completo. D’altronde gli egiziani erano la potenza culturale del tempo, e studiare e vivere presso la corte del faraone significava automaticamente entrare in contatto con la cultura nei suoi vari aspetti ed al massimo livello (nulla mi impedisce di pensare che Mosè abbia potuto studiare il codice di Hammurabi del 1750 a.C., per esempio).
Raggiunta la maturità intellettiva Mosè apre gli occhi al mondo circostante, si accorge della condizione nella quale vive il suo popolo e con impeto giovanile vuole cambiare le cose…tanto da divenire un assassino.
Allora fugge, attraversa il Mar Rosso e passa 40 anni nel deserto di Madian, dove mette su famiglia; cresce cioè dal punto di vista relazionale-affettivo. Solo quando è maturo sia intellettualmente che affettivamente Dio lo può chiamare a fare la guida, il liberatore. Prima era incompleto.
E mi chiedo: in Italia la maturità intellettiva viene certificata da un apposito esame denominato “esame di maturità”; è l’esame che segna la fine del ciclo degli studi superiori.
Ma chi certifica la maturità affettiva? E cos’è la maturità affettiva? Quando posso dirmi maturo affettivamente? Posso dire di essere maturo ad esempio quando sopporto gli altri, o sono generoso, o mi comporto bene? E quali parametri mi possono guidare nel discernimento?
Quando un bambino di 5 anni è affettivamente maturo? E quando un ragazzo di 15, un uomo di 30 o di 45, un anziano di 70?
La maturità affettiva è proporzionale all’età. Cresce e si modifica in base all’età. E allora quali gesti di volta in volta, di età in età mi permettono di guardare alla mia crescita affettiva? Quali atteggiamenti?
Qui ci viene in soccorso la letteratura sapienziale, sia quella biblica che quella laica; penso ai salmi, al Qhoelet, alla dimensione poetica che apre l’uomo al trascendente ed a ciò che è fuori di sé, all’ex-stare. Qui ci viene in soccorso l’arte e tutto ciò che l’arte rappresenta.
Il cammino di Mosè ci spinge ad interrogarci sul nostro cammino, per evidenziare le nostre personali caratteristiche e qualità (ed anche la periodizzazione che possiamo dare alla nostra vita) per scoprire come Dio ci parla attraverso gli eventi storici.


I 10.000 comandamenti


“Dio allora pronunciò tutte queste parole:
“Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù: non avrai altri dei di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna (..) perché io, il Signore, sono il tuo Dio, un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra il suo favore fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandi.
Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio (…) ricordati del giorno di sabato per santificarlo (…) onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio. Non uccidere. Non commettere adulterio. Non rubare. Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue,né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo” (Es 20.1-17)


“Mosè convocò tutto Israele e disse loro: ascolta, Israele, le leggi e le norme che oggi io proclamo dinanzi a voi: imparatele e custoditele e mettetele in pratica. Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un’alleanza sull’Oreb (…). Egli disse:
Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile. Non avere altri dei di fronte a me (…) perché io il Signore tuo Dio sono un Dio geloso (…). Non pronunciare invano il nome del Signore tuo Dio(…).Osserva il giorno di sabato per santificarlo (…). Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà.
Non uccidere. Non commettere adulterio. Non dire falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo. Non desiderare la casa del tuo prossimo(…). (Dt 5.1-21)

“Badate dunque di fare come il Signore vostro Dio vi ha comandato; non ve ne discostate né a destra né a sinistra; camminate in tutto e per tutto per la via che il Signore vostro Dio vi ha prescritta, perché viviate e siate felici e rimaniate a lungo nel paese di cui avrete il possesso (…).
Ascolta, Israele: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai..” (Dt 5.32-6.7)


Mosè il liberatore, colui che parla faccia a faccia con Dio tanto che il suo viso diventa raggiante e si deve coprire per parlare al suo popolo (“Gli Israeliti, guardando in faccia Mosè, vedevano che la pelle del suo viso era raggiante. Poi egli si rimetteva il velo sul viso, fin quando fosse di nuovo entrato a parlare con lui”.Es 34.35) riceve il Decalogo da Dio.
Mosè è la guida del popolo; nel percorso della sua vita è divenuto guida (è dovuto crescere nella maturità intellettiva ed affettiva) e quando parla da solo sul monte con il Signore, prega portandosi dentro e presentando a Dio tutta la sua esperienza; prega e parla con Dio attraverso l’esperienza della sua vita. La Bibbia ci dice direttamente che Dio parla a Mosè.
Visto il modo di comportarsi di Dio con Abramo, con Giacobbe, con Giuseppe, a me piace immaginare che sia stato Mosè stesso a pensare e scrivere sulle pietre i comandamenti, lui che era stato a contatto con faraoni e con pastori, lui che era diventato esperto nelle relazioni interpersonali, lui che da sempre voleva fare qualcosa per il suo popolo oppresso. L’ispirazione divina: illuminazione che viene dall’alto, come un fulmine, o intuizione che sgorga dal proprio intimo? Io protendo per la seconda ipotesi: ispirazione quale intuizione che sgorga tanto più si è in contatto con la propria vita, dentro la propria pelle, in contatto con le piccole cose (cfr. l’esperienza di santi quali S.Francesco).
Quali indicazioni dare a questo popolo –emblema del genere umano- che ha continuamente bisogno di essere rassicurato circa la presenza di Dio, circa la Sua fedeltà?
Ecco formarsi il Decalogo.
Guardiamo al Decalogo dividendolo in due parti, secondo la più classica delle tradizioni: i primi tre comandi che concernono la relazione con Dio, quelli che vanno dal 5° al 10° che concernono le relazioni umane, ed il quarto, circa i genitori, che fa da cerniera.
“Ascolta Israele” ricorda il Deuteronomio: ascoltare, mettersi in atteggiamento di ascolto, rispettando i silenzi dell’altra persona, ascoltando lo sguardo, i movimenti del viso, il tono della voce; ascoltare l’anima del discorso e non le semplici parole. Ascolta.
E’ l’atteggiamento-base per poter entrare in contatto con se stessi, con gli altri, con Dio. Ed in quanto “atteggiamento” si forma con il tempo, con anni di vigilanza. Con anni.
“Ascolta Israele…tu amerai il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le tue forze”. Tu amerai! E’ un comando, è un imperativo. Ma si può obbligare qualcuno ad amare? Posso obbligare qualcuno ad amarmi? C’è una contraddizione in termini: l’amore nasce spontaneo, e dunque non si può amare a comando. Eppure Dio comanda di amarlo. Quale confidenza ed intimità può permettere ad una persona di dire, ad es., “baciami stupido!”? Quale complicità permette di sospingere una persona all’amore, al bacio, all’abbraccio? La complicità non si compra, nasce da un’occasione di incontro che diviene poi “l’occasione ad hoc”; l’occasione di una giornata di sole, di uno sguardo, un sorriso, un profumo. Un piccolo messaggio lanciato che colpisce. Piccolo, non invadente, come il puntino nero che penetra dentro la conchiglia chiusa e che porterà alla formazione della perla. Allora posso dire “amami! promettimi che starai sempre al mio fianco” allora posso dire “ti amerò per sempre! starò sempre al tuo fianco” perché c’è complicità, perché pensiamo le cose, la vita, allo stesso modo. Allora Dio può dirmi “amami con tutto te stesso, con il cuore, la mente, le forze; con la dimensione affettiva, con l’entusiasmo; con la dimensione razionale, con l’intelligenza; con la dimensione fisica, con le forze, in ginocchio, anche quando mente e cuore non ci capiscono più niente. Le tre dimensioni sono tra loro collegate perché fanno parte della nostra stessa persona; e l’una alimenta e sostiene le altre.
I primi tre comandi, dicevamo, riguardano la relazione con Dio; “non avrai altri dei di fronte a me, non pronuncerai invano il nome del Signore tuo Dio (…) ricordati del giorno di sabato per santificarlo”. Nessun altro pensiero sopra a Dio, nessun idolo, nessuna preoccupazione. Dio prima di tutto perché è Lui il liberatore, Colui che si è manifestato nella storia. Il primo comandamento mi richiama a mettere a fuoco cos’è che mi spinge, cosa mi fa agire, quali criteri guidano la mia vita, le mie scelte: il pensiero di farmi una pensione per la vecchiaia, di accumulare soldi, di godere il più possibile di ciò che posso prendere, di condividere, di donare, di rispettare le scelte degli altri, di essere fedele a me stesso? Quali sono i “comandi” che guidano la mia vita? (cfr. la parte relazionale circa gli ordini). Perché la mia vita può scorrere in maniera così distratta e veloce che rischio di dimenticare di fare festa, di festeggiare insieme agli altri. La festa: è per eccellenza l’emblema della gioia, del sorriso, della voglia di stare insieme, della gratuità, dello stare rilassati, del ridere sui propri difetti, dell’accogliere me stesso e gli altri così come siamo; la festa è il momento delle chiacchierine, dello scambio profondo dei propri sentimenti; è il momento nel quale tiriamo fuori gioie e preoccupazioni, le porgiamo agli altri per vederle insieme, per ridimensionarle, per viverle così come sono. La festa è il momento della gratuità, della riconciliazione. E Dio è preoccupato a che io, noi, non ci dimentichiamo di tale dimensione costitutiva della vita: il gioco, l’aspetto ludico, l’illusione, il desiderio, il sogno ed il segno; il momento nel quale emerge la nostra parte nascosta. Nel gioco mi posso presentare così come sono, non ho paura di sbagliare o di mostrarmi cattivo… proprio perché è un gioco. Nel gioco mi sperimento, sperimento le capacità mie ed altrui, imparo a condividere. Mi metto in gioco.
Cose queste così umane, così profonde, da essere divine; dal momento che Dio crea l’uomo e la donna, dal momento che ci crea così come siamo, allora laddove splende l’umanità splende anche la divinità. E’ per questo che i cristiani durante la Messa compiono un gesto divino: lo scambio della pace.

Fin qui i comandi circa la relazione con Dio.
Dal quinto al decimo abbiamo i comandi che iniziano con “non”, mentre il quarto fa da cerniera. Voglio parlare del quarto alla fine.

Non uccidere. Non togliere la vita, non togliere il respiro, l’aria, il pane, la dignità. Quanti di noi hanno ucciso qualcuno? Eppure i comandamenti sono indicazioni per la vita quotidiana fin dal peregrinare nel deserto; c’era forse in rischio di continue faide all’interno del popolo ebraico? Mi sento di escluderlo. Allora riflettendo sul senso di tale comandamento mi piace fare una domanda un po’ più generica: cosa serve per vivere? Il pane, sì. E la dignità. La dignità di essere riconosciuti come persona, di essere considerati e rispettati in quanto tali, ognuno con le sue caratteristiche, qualità e fissazioni. La dignità, il rispetto che consente di poter sbagliare senza che questo scateni la fine del mondo, e di potersi realizzare, di poter sognare, di poter scegliere. Se no rimane la paura di fare qualcosa di sbagliato, di non essere all’altezza, di non essere. Rimane l’essere squalificati, l’essere sotto pressione, schiacciati dalle pressioni, l’essere depressi.
Non uccidere; il comandamento è al negativo, perché in questa maniera risuona più evidente (ed anche di più semplice memorizzazione). Analogamente alle altre regole, i comandamenti sono delle indicazioni per poter condurre bene la propria vita, il “proprio gioco”. Ad esempio nel calcio vige la regola di non commettere fallo contro l’avversario; ora, se io me sto tranquillo tranquillo in una parte del campo e rimango lì, fermo, magari schivando un po’ il pallone, certamente non sto commettendo alcun fallo. Ma sto realmente giocando a calcio? Io non ho ucciso nessuno, né ho alcuna intenzione di fare fuori qualcuno; sto rispettando il 5° comandamento ma non per questo posso dire di essere un credente che gioca la sua vita. Allora posso tradurre il “non uccidere” nel “dai vita”, “metti in condizione tuo fratello di vivere”, “dai dignità” a te stesso ed agli altri.
E qui il vago comandamento del non uccidere diventa lampante; vivendo come vivo qui in Italia, io, professorino di religione con le mie belle Nike rosse, sto rispettando il 5° comandamento?


Non commettere adulterio. Curiosa l’assonanza tra i termini “adulto” ed “adulterio”; se non fossi italiano direi che l’adulto “adulta” o “adulteria” quando fa qualcosa da adulto, da grande. Per altro “adulterare” significa corrompere (ad es.: una bevanda è adulterata con del veleno). I grandi corrompono? Pensando all’ecosistema…direi proprio di sì! Dunque: non commettere atti di corruzione, atti che ledono la dignità della tua persona e quella degli altri. Il Catechismo della Chiesa Cattolica, seguendo la tradizione classica, traduce il 6° comandamento con il famoso “non commettere atti impuri”, atti che sporcano. Non so se gli ambientalisti e comunque tutti noi cristiani ci rendiamo conto della portata che una frasetta così semplice, dettata da Dio ad un vecchietto su di un monte circa 3250 anni fa, ha per la nostra vita quotidiana. Ritengo riduttiva l’attenzione che comunemente si da al solo aspetto sessuale; la focalizzazione circa la dimensione sessuale-affettiva è del tutto legittima proprio perché stiamo parlando di “relazioni” tra esseri umani, relazioni che aiutano o meno la mia vita, il mio vivere. Relazioni che corrono il rischio di essere sbagliate, corrotte, adultere. Allora il 6° comandamento è un richiamo alla vigilanza, alla fedeltà di me a me stesso, al come voglio impostare la mia vita, al come faccio le mie scelte, al come mi tratto ed al come tratto le altre persone.
Professiamo pure la libertà sessuale per tutti (contro la Chiesa retrograda) ma allora che sia una libertà democratica, veramente per tutti, anche per i carcerati, per i barboni, gli zingari, per quelli del sud e per quelli del nord. Per quelli che hanno i soldi e per quelli che non li hanno. Per chi può mangiare e per chi non può mangiare. Perché se al mondo c’è ancora chi non può mangiare, allora il mio modo di vivere da professorino di religione da qualche parte è adulterato (e prima o poi scoprirò dove!).


Non rubare. Per rubare il ladro si introduce di nascosto in casa e non vuole farsi riconoscere; non bussa alla porta, non è un invitato, ma aspetta che la casa sia deserta, aspetta il momento in cui i proprietari non sono in condizione di difendersi. Il ladro non vuole avere una relazione con il proprietario. E’ qui che il 7° comandamento ha la sua chiave di volta, nella relazione con gli altri. Posso allora tradurlo così: non metterti nella condizione di dover rubare e non mettere il tuo fratello in condizione di doverti rubare le cose per vivere; ma anzi chiedi le cose che ti servono ai tuoi fratelli, e condividi le cose che hai.

Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Il testimone è colui che garantisce la veridicità di un atto, di un matrimonio, di un evento; è colui che è fedele, è persona di cui ci si può fidare. Per questo un testimone che non testimonia il vero è una contraddizione in termini, è una persona che vive la contraddizione dentro se stesso. Dire la verità, far coincidere la dimensione interiore di se stesso con quella esteriore, essere persone affidabili, stabili: a questo richiama l’ 8° comandamento. Mi piace sottolinearne l’aspetto relazionale, di relazione verso me stesso e verso gli altri, l’atteggiamento complessivo della persona. In questo senso Gesù dirà di dire solo “sì” se voglio dire si, e “no” se voglio dire no. La fedeltà verso se stessi, verso la realtà mi coinvolge nello sforzo di essere semplice, estremamente semplice, diretto. Come i bambini. E come i bambini sono i credenti che vogliono entrare nel Regno dei Cieli, dice Gesù; come i bambini che non hanno bisogno di giustificare le loro azioni, i loro gesti (se litigano è perché vogliono ottenere qualcosa, se cantano è perché sono contenti; non c’è alcun secondo fine né alcuna sovrastruttura).

Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue,né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo”. Considero questi due comandamenti come il nodo centrale per comprendere e vivere tutti gli altri; il Decalogo era iniziato con l’invito all’ascolto e con la presentazione di Dio: “Io sono il Signore, tuo Dio”(Es 20) “Ascolta, Israele: Il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo”(Dt 5): è Dio stesso che si presenta, che si rivela, è Lui che viene incontro all’uomo (così nella creazione, così nell’incarnazione di Gesù, così nella predicazione di Gesù, così sarà nel giudizio di luce-“Ed il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo” Gv 3.19). Via via i comandamenti sono “scesi” a mò di imbuto dalla dimensione divina a quella umana, ai comportamenti umani nei confronti dei fratelli. Ed ora siamo all’interno del cuore dell’uomo. Chi può conoscere i desideri del proprio amico se non è questi a dirglieli? Il desiderio è il motore intimo delle nostre azioni e non traspare immediatamente. Ci vuole tempo per conoscere una persona e per poi saperne intuire i desideri; ci vuole tempo per diventare amici ed affidarsi l’un l’altro i propri desideri. Desiderare cose che mi fanno crescere, desiderare non solo per me (se no sarei ancora ladro ed assassino) ma per tutti. Il 9° ed il 10° comandamento mi spingono ad entrare in contatto con ciò che veramente desidero, mi spingono a guardare senza vergogna nell’intimo di me stesso, certo che qualsiasi cosa vi trovo Dio la saprà trasformare in occasione di bene. Dentro di me c’è catrame? Ebbene le strade sono fatte di catrame: potrò essere un pezzo di asfalto piagato da pioggia e sole, affinché gli altri possano camminare. Dentro di me c’è generosità? C’è desiderio di felicità? C’è voglia di condividere?

E finalmente ecco il quarto comandamento, cerniera tra la dimensione divina e quella umana

“Onora tuo padre e tua madre, come il Signore Dio tuo ti ha comandato, perché la tua vita sia lunga e tu sii felice nel paese che il Signore tuo Dio ti dà.” Mio padre e mia madre: provengo geneticamente, biologicamente da loro; di loro ho assorbito il latte, l’odore, il modo di camminare, di pensare, di comportarmi, i valori, il modo di confrontarmi con l’esterno.
Il confronto con i genitori, e soprattutto con ciò che interiorizziamo di loro e che ci accompagna nel corso di tutta la nostra esistenza, è inevitabile ed ineludibile.
Perché la tua vita sia lunga e tu sii felice, perché tu ti conosca, affinché conosca quali cose sono state considerate importanti nella tua formazione familiare. Ogni coppia, ogni famiglia, e quindi anche la famiglia nella quale siamo stati “figli”, ha il suo modo caratteristico di salutarsi, di comportarsi, di manifestare i sentimenti (di rabbia e di affetto che siano), ha propri modi caratteristici che vengono assorbiti e che entrano nel “dna relazionale” dei figli (viceversa temo che le parole e le prediche non sortiscono un grande effetto).
Crescendo poi “l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gn 2.24), crescendo noi figli scegliamo “cosa fare” dei genitori –parlo della figura genitoriale che rimane dentro, quella figura acquisita che in un modo od in un altro ci accompagna sempre- crescendo scegliamo come comportarci: seguirne l’esempio oppure allontanarsi ed abbandonarlo. Il grado di frattura che si prova in famiglia quando i figli manifestano un modo differente di comportarsi e di vivere, mi sembra essere proporzionale all’allenamento che all’interno della famiglia stessa è stato fatto nel rispettare sentimenti ed atteggiamenti di ogni singolo componente (e parlo ancora di sentimenti ed atteggiamenti, piuttosto che di parole o di ideali professati).
L’abbandono fisico o la vicinanza fisica non sono automaticamente legati all’abbandono od alla vicinanza interiore; non c’è bisogno di vivere lontani per ignorarsi! Mi piace quindi leggere la parola biblica in senso interiore e relazionale: il figlio che è divenuto consapevole del “modello di vita” realizzato nella propria famiglia d’origine, sceglie da solo il suo “modello di vita”, divenendo così autonomo, stabile, adulto. E diventa così (e solo così) capace di prendersi cura degli altri, suoi genitori compresi. Intendo dire che crescere significa cambiare, modificarsi, divenire duttili, come l’acqua che si trova a suo agio in ogni contenitore e non per questo perde le sue caratteristiche.
Il quarto comandamento è cerniera tra la relazione con Dio e le relazioni con gli altri. E’ nella famiglia che si forma la nostra personalità, il nostro modo di guardare alla vita; è nella famiglia che ci si allena. Ed è soprattutto della famiglia interiorizzata che è necessario prendere consapevolezza per poi rileggere le scelte che compiamo nella vita “esterna”, quotidiana.
Mi rendo conto che parlando così genericamente di “famiglia” mi riferisco automaticamente alla “famigliola ideale” con genitori nonni e figli, tutti d’amore e d’accordo. La generalizzazione mi consente però di fare il ragionamento, e mi permette di affermare che ognuno di noi porta in sé una certa immagine del padre e della madre, immagine con la quale si trova a fare i conti affinché la tua vita sia lunga e tu sii felice.

La parola di Dio è estremamente concreta, riguarda le mie dimensioni di mente, cuore, forze; e mira a che io, ogni essere umano, sia felice. Sul serio.
A proposito: ho intitolato questo paragrafo “I 10.000 comandamenti” per indicare come la Parola di Dio vuole essere declinata (o coniugata?!) nella nostra vita, vuole coinvolgerci completamente producendo per effusione nuova vita.

Preghiera e struttura di peccato

Il popolo ebraico si è formato dunque con la vocazione di Abramo e Sara, e poi si è via via sviluppato con Isacco, Giacobbe ed i suoi dodici figli. Con Giuseppe è entrato in Egitto; lì vi è rimasto per 500 anni circa; è uscito con Mosè; ha ricevuto il Decalogo, e dopo aver peregrinato per 40 anni è entrato finalmente nella terra di Canaan, nella terra promessa.
Ora, come fa un popolo che ha vissuto per anni nel deserto confidando solo nella provvidenza divina (la manna e le quaglie) a prendere possesso di una terra abitata da altre popolazioni organizzate ed armate con tanto di eserciti (aramei, amorrei, ammoniti, filistei, hittiti…)? Non può fare la guerra e non ha potere di contrattazione: ecco allora che si “infiltra”, si sparpaglia nel paese, ponendosi ai bordi delle città e dei villaggi ed iniziando piano piano a commerciare. Il periodo dell’infiltrazione dura un centinaio d’anni, ed in questo periodo il popolo si organizza facendosi guidare dai “giudici”, condottieri militari e carsimatici che ricevevano il potere dal popolo solo per un determinato lasso di tempo.
Successivamente il popolo ebraico sente il bisogno di essere guidato da un re con tutti i crismi, tanto quanto avveniva tra le altre popolazioni; i profeti cercano di dissuadere il popolo perché solo Dio è il Pastore, il Re, il Giudice, ed un re umano potrebbe dimenticarsi di Dio e sfruttare il suo potere a proprio vantaggio; ma tant’è. Gli israeliti si scelgono un re forte, valoroso ed impavido in battaglia: Saul. Il re Saul è il più alto e più forte di tutti “Egli sopravanzava dalla spalla in su tutto il popolo” (1 Sam 10.23) ed è ricordato per le prime vittorie contro le altre popolazioni. “Saul si assicurò il regno su Israele e mosse contro tutti i nemici all’intorno: contro Moab e gli Ammoniti, contro Edom e i re di Zoba e i Filistei e dovunque si volgeva aveva successo. Compì imprese brillanti, battè gli Amaleciti e liberò Israele dalle mani degli oppressori” (1 Sam 14.47-48). Ma Saul si lascia prendere dalla foga di potere sul popolo tanto da peccare contro il Signore “Saul disse allora a Samuele: Ho peccato per avere trasgredito il comando del Signore e i tuoi ordini, mentre ho temuto il popolo e ho ascoltato la sua voce (…) Samuele gli disse: Il signore ha strappato da te il regno d’Israele e l’ha dato ad un altro migliore di te” (1 Sam 15.24-28). E così il profeta Samuele è mandato da Dio ad ungere Davide come futuro re.
Davide era il più piccolo tra i suoi otto fratelli (figli di Iesse, un Efratita originario di Betlemme di Giuda –1 Sam 17.12) “era fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto” (1 Sam 16.12), e pur essendo ancora un ragazzo viene consacrato re con l’olio. Cresce dunque con la coscienza che Dio ha un progetto particolarissimo su di lui. E per il momento continua la sua vita normale, di pastore di pecore (si noti che nella Bibbia Dio è il pastore ed il popolo è il gregge), quando un giorno, quasi per caso, viene a sapere che i Filistei hanno lanciato una sfida agli Ebrei: anziché fare una guerra, si sfideranno sul campo di battaglia due soldati, uno per gli Ebrei e l’altro per i Filistei; quello che vince fa vincere tutto il popolo. Se non si presenterà nessuno, si ricorrerà allo scontro tradizionale tra eserciti. Da parte filistea si presenta a combattere un vero e proprio gigante, “rivestito di una corazza a piastre, il cui peso era di cinquemila sicli di bronzo. Portava alle gambe schinieri di bronzo e un giavellotto di bronzo tra le spalle. L’asta della sua lancia era come un subbio di tessitori e la lama dell’asta pesava seicento sicli di ferro” (1 Sam 17.6-7) Il suo nome era Golia, originario di Gat. Alla Vista di tale gigante tutto il popolo ebraico si impaurisce, compreso il grande Saul. Passano i giorni ma nessun ebreo vuole combattere contro Golia, ed ormai è giunto il momento di affrontarsi con gli eserciti. E’ a questo punto che il piccolo Davide, dolce, docile, delicato, di bell’aspetto si presenta davanti a Saul dicendo che lui vuole combattere contro Golia; Saul sulle prime non vuole neanche ascoltarlo, ma Davide è sicuro di se stesso e lo convince: Saul lo fa rivestire dell’armatura, ma questa era troppo pesante per lui “Davide(…) cercò invano di camminare perché non aveva mai provato” (1 Sam 17.39). Allora Davide si presenta così com’è, vestito da pastorello dinanzi al gigante Golia; mi piace immaginare le urla, i fischi, le risa dei filistei al vedere il popolo ebraico ridotto a schierare un ragazzino; ma il ragazzino dichiarò a gran voce al Filisteo “Tu vieni a me con la spada, con la lancia e con l’asta. Io vengo a te nel nome del Signore degli eserciti, Dio delle schiere d’Israele, che tu hai insultato. In questo stesso giorno, il Signore ti farà cadere nelle mie mani. Io ti abbatterò e staccherò la testa dal tuo corpo e getterò i cadaveri dell’esercito filisteo agli uccelli del cielo e alle bestie selvatiche; tutta la terra saprà che vi è un Dio in Israele.” (1 Sam 17.45-46).
Fermiamoci un attimo: quale può essere la strategia di Davide dinanzi a Golia? Golia è enormemente più forte di Davide, più armato, più agguerrito; combatte fin da quando era bambino e la sua forza è prodigiosa. Davide invece è un pastorello, abituato a difendere le sue pecore dagli attacchi degli animali predatori. Se Davide si avvicinasse troppo a Golia, questi lo ucciderebbe senza alcun problema; dunque il vantaggio che Davide deve sfruttare è la lontananza e l’agilità dal momento che lui non ha corazza che gli impedisca i movimenti. Dinanzi alle difficoltà che ci si presentano, qual è la nostra strategia? Quali le forze, le armi che usiamo? Quale la relazione con Dio? Quale la coscienza che Dio vuole la nostra felicità? Perché Dio vuole la nostra felicità, la mia, la tua.

“Appena il Filisteo si mosse avvicinandosi incontro a Davide, questi corse prontamente al luogo dell’accampamento incontro al Filisteo. Davide cacciò la mano nella bisaccia, ne trasse una pietra, la lanciò con la fionda e colpì il Filisteo in fronte. La pietra si infisse nella fronte di lui che cadde con la faccia a terra. (…) Davide fece un salto e fu sopra il Filisteo, prese la sua spada, la sguainò e lo uccise, poi con quella gli tagliò la testa. I Filistei videro che il loro eroe era morto e si diedero alla fuga. Si levarono allora gli uomini d’Israele e di Giuda alzando il grido di guerra e inseguirono i Filistei fin presso Gat e fino alle porte di Ekron. I Filistei caddero e lasciarono i loro cadaveri lungo la via fino a Saaràim, fino a Gat e fino ad Ekron. Quando gli Israeliti furono di ritorno dall’inseguimento dei Filistei, saccheggiarono il loro campo. Davide prese la testa del Filisteo la portò a Gerusalemme. Le armi di lui invece le pose nella sua tenda” (1 Sam 17.48-54)


Il popolo è in delirio per il nuovo eroe, Davide, che con la forza di Dio ha combattuto ed ha vinto! Un po’ meno contento è il re Saul; anzi direi che Saul è proprio invidioso di Davide, al punto che gli da numerosi incarichi per farlo cadere tra le mani dei nemici; ma invano “Davide riusciva in tutte le sue imprese perché il Signore era con lui (…)Saul fu nemico di Davide per tutti i suoi giorni” (1 Sam 18.14,29). Tra l’altro il figlio di Saul, un ragazzo di nome Gionata (dunque il principe ereditario, il futuro re) si era legato a Davide in profonda amicizia (“Gionata strinse con Davide un patto, perché lo amava come se stesso” 1 Sam 18.3) e varie volte gli salvò la vita quando Saul voleva toglierlo di mezzo inseguendolo per tutto Israele. E così Davide dovette scappare dalla sua gente e trovò riparo per un anno o due nientemeno che presso i Filistei! (1 Sam 29.3). Ma saranno gli stessi capi dei Filistei a non fidarsi di Davide quando attaccheranno Israele, ed anche loro lo caccieranno via. Sicchè “I Filistei vennero a battaglia con Israele, ma gli Israeliti fuggirono davanti ai Filistei e ne caddero trafitti sul monte Gelboe” (1 Sam 31.1) uccidendo anche Gionata; e lo stesso Saul si suiciderà “Allora Saul prese la spada e vi si gettò sopra”(1 Sam 31.4).
Il re è morto, ed il popolo è senza guida: chi cercare come nuovo re? Davide, naturalmente: “Vennero allora tutte le tribù d’Israele da Davide in Ebron (…) ed essi unsero Davide re sopra Isarele. Davide aveva trent’anni quando fu fatto re e regnò quarant’anni.” (2 Sam 5.1-4). Ovviamente la prima battaglia che Davide ingaggia e vince è quella contro i nemici di sempre, i Filistei!
Davide dunque è re di Israele; era stato già unto dal profeta Samuele quand’era ragazzo; poi è cresciuto; e finalmente si è trovato dinanzi ad un’occasione propizia per esporsi, per mettersi alla prova: la lotta con Golia. La lotta con Golia è letta dal popolo come una sventura, e da Davide come il momento in cui riporre completamente la sua fiducia in Dio. Viene poi osannato dal popolo e Saul non può ignorare questo fatto al punto che tenta in tutti i modi di “neutralizzarne” la presenza sia affidandogli incarichi pericolosi che dandogli in sposa sua figlia Mikal. Ma Davide è assistito da Dio e riesce in tutto. Saul allora impazzisce di gelosia e lo cerca per ucciderlo: Davide deve fuggire, vagare per la Palestina, contrattare persino con i nemici Filistei e combattere per loro, pur di aver salva la pelle. E continua ad aver fiducia in Dio. Da un punto di vista umano sembra che Dio abbia abbandonato Davide; ma Davide segue gli eventi che la vita gli pone dinanzi. Veramente il cammino spirituale è cosa assai strana!
Il rapporto che Davide ha con Dio è passionale, è coinvolgente fin nel profondo; lui è contemporaneamente il ragazzo fulvo, con begli occhi e gentile di aspetto, sensibile, delicato, colui che ha decapitato Golia, il re di Israele. Assomma in se numerose qualità e caratteristiche. Confida sempre nel suo Signore, ed il suo animo è rivolto a Dio al punto che va alla ricerca delle tavole della legge, quelle di Mosè (o meglio di quel che ne restava essendo tavole di argilla di 200 anni prima!); trovatele le ripone in un pregiato cofanetto di legno detto “arca”, e le riporta dentro Gerusalemme con una solenne processione “Davide danzava con tutte le sue forze davanti al Signore. Ora Davide era cinto di un efod di lino”(2 Sam 6.14). Davide balla praticamente nudo dinanzi al suo Dio, non si vergogna di nulla perché la sua forza non è sua ma è di Dio.
Davide è il prescelto da Dio, è dipinto come il re forte, giusto, che prega, che ripone la sua fiducia solo in Dio (moltissimi dei centocinquanta salmi sono attribuiti a lui). Il suo cammino non è stato facile né lineare, e propria attraverso di esso ha potuto ben sperimentare come Dio resti fedele alle sue promesse. Davide ci appare come un santo.
Ma Davide è anche uomo, e peccatore. Non è immune da tentazioni. E così, quando ormai ha raggiunto il potere sugli altri popoli ed il successo, quando si è costruita una bella casa in cui abitare, inizia a dimenticarsi dell’importanza del suo ruolo, si dimentica che lui è il re, re-sponsabile della sua gente. E così un giorno, mentre il suo esercito era in guerra guidato da Ioab (in guerra contro gli Ammoniti presso la città di Rabbà a100Km ad est di Gerusalemme) lui, anziché essere a capo delle sue truppe“un tardo pomeriggio Davide, alzatosi dal letto, si mise a passeggiare sulla terrazza della reggia. Dall’alo di quella terrazza egli vide una donna che faceva il bagno: la donna era molto bella di aspetto (…) Betsabea figlia di Eliàm, moglie di Uria l’Hittita. Allora Davide mandò messaggeri a prenderla. Essa andò da lui ed egli giacque con lei, che si era appena purificata dalla immondezza. Poi essa tornò a casa. La donna concepì e fece sapere a Davide:sono incinta” (2 sam 11.2-5).
Davide, il prescelto da Dio, colui che ha vinto Golia, al quale tutto riusciva bene, colui che è divenuto re, che ha vinto contro tutti i popoli, proprio lui diventa ora un adultero.
E adesso? Come sistemare la faccenda senza scandali? Ecco: Davide fa tornare Uria, e con la scusa di premiarlo per un qualche merito in battaglia lo loda e lo fa mangiare e bere tanto da renderlo ubriaco al fine di mandarlo a dormire da sua moglie. Chi più potrà accorgersi del fatto? Ma Uria “dormì alla porta della reggia con tutti i servi del suo signore e non scese a casa sua” perché Ioab suo comandante e tutti i soldati in quel momento stavano sotto le tende, in trincea.
Davide riceve un feroce schiaffo morale: il suo guerriero Uria, un soldato, gli rimprovera di non essere in battaglia con il suo popolo; proprio quell’Uria marito di Betsabea, che non sa niente!
Come fare? Davide escogita un altro piano: far mettere Uria in prima linea così da farlo cadere per mano nemica. Scrive così un dispaccio, lo chiude e lo sigilla, lo da ad Uria affinché lo porti al comandante Ioab; Ioab lo legge, mette Uria in prima linea e…disgraziatamente Uria resta ucciso per mano nemica. (2Sam 11).
A questo punto Davide ha raggiunto il suo scopo e può legittimamente prendersi Betsabea come moglie (oltre a quelle che già aveva, da Mikal in poi) “Essa diventò sua moglie e gli partorì un figlio.Ma ciò che Davide aveva fatto era male agli occhi del Signore” (2 Sam 11.27) e Dio manda il profeta Natan a rimproverare Davide “il figlio che ti è nato dovrà morire (…) Il Signore dunque colpì il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide ed esso si ammalò gravemente” (2 Sam 12.14-15).
Davide ha un rapporto passionale con il suo Dio, dicevamo sopra: ed ecco che Davide inizia a fare suppliche a Dio per il bambino, digiuna, passa la notte coricato per terra. E quando il bambino muore, Davide “si alzò da terra, si lavò, si unse e si cambiò le vesti; poi andò nella casa del Signore e vi si prostrò. Rientrato in casa, chiese che gli portassero il cibo e mangiò”. Veramente strano è il comportamento di Davide: non doveva avvenire il contrario? Il lutto si fa quando uno muore, non quando è ancora in vita. Eppure fintanto che il bambino è ammalato Davide fa il lutto, si umilia; quando muore, Davide prega e torna a vita normale “Quando il bambino era ancora vivo, digiunavo e piangevo, perché dicevo: chi sa? Il Signore avrà forse pietà di me e il bambino resterà vivo. Ma ora che egli è morto, perché digiunare? Posso io farlo ritornare? Io andrò da lui, ma lui non ritornerà da me! Poi Davide consolò Betsabea sua moglie, entrò da lei e le si unì: essa partorì un figlio, che egli chiamò Salomone. Il Signore amò Salomone e mandò il profeta Natan, che lo chiamò Iedidià per ordine del Signore” (2 Sam 12,16-24; per la cronaca: Iedidià significa “amato da Jahve” ed è l’assicurazione del perdono divino).
Davide continua ad affidarsi a Dio. Riconosce il suo peccato, anzi i suoi peccati (e fra poco vedremo perché ne parlo al plurale), chiede ed ottiene il perdono di Dio, ma non si sottrae alle conseguenze del suo peccato, alla morte del figlio. Non ne rimane distaccato, ma piange, si dispera, supplica, parla con Dio come se Dio fosse una persona umana, a tu per tu. E dinanzi alla morte del figlio riconosce la presenza di Dio, di un Dio misterioso, di un Dio fedele. Il rapporto che Davide ha con Dio è passionale, combattuto, purificato dagli sbagli che Davide stesso commette. Ed il mio? Che tipo di rapporto ho con Dio? Posso ballare nudo dinanzi a Lui, nudo, cos come sono, peccati compresi?
I peccati di Davide, dicevo: quello che balza subito agli occhi è l’omicidio di Uria. Ma tale omicidio non arriva così all’improvviso, come un fulmine a ciel sereno.
Innanzitutto Davide ha smesso di esercitare la sua responsabilità nei confronti del popolo, ed anziché stare sul campo di battaglia se ne sta comodamente a sonnecchiare nel suo palazzo tanto che si alza nel “tardo pomeriggio”; dunque il primo peccato è un atto di omissione; non sembra così grave. Eppure mentre se ne sta in panciolle, vede la bella Betsabea ed approfitta della sua condizione di re: la invita nella reggia. Lui sa benissimo che Betsabea è la moglie di Uria, ma Uria ora è lontano, è in battaglia a 100 km da Gerusalemme (il che vuol dire una giornata a cavallo) e Davide non sa come passare il tempo.
Dopo un po’ di tempo (presumibilmente un mesetto) Betsabea gli manda a dire che è in cinta; e qui Davide deve correre ai ripari. Ma abbiamo visto come l’integerrimo comportamento di Uria faccia fallire il suo piano. E Davide rincara la dose: fa in modo di uccidere Uria.
Chi è che è a conoscenza del piano di Davide? Ma Ioab, naturalmente; Iaob, il comandante sul campo di battaglia. Ebbene: Davide si pentirà del suo peccato, ma di Ioab non sappiamo più nulla. Ed è legittimo immaginare che Ioab possa ricattare -da quel momento in poi- il nostro re Davide.
Cioè il peccato di Davide nella sua escalation ha ormai coinvolto altre persone, quali Ioab. Tale coinvolgimento si chiama “struttura di peccato”. Un peccato è “strutturale” quando non è più imputabile ad un solo evento o ad un solo uomo. Così il sottosviluppo dei molti paesi del Sud del mondo non è imputabile né a me che scrivo, né a te che leggi; ma la gente continua ugualmente a morire di fame. Allora si parla di “struttura di peccato”… della quale siamo responsabili anche noi.
Davide, santo e peccatore, ci spinge a riflettere sul nostro rapporto con Dio, su un rapporto di fede passionale, coinvolgente, che non elimina il peccato ma che fa crescere attraverso il peccato. Davide mi spinge a guardare al mio peccato, a chiamarlo per nome, mi spinge a parlare con Dio con lacrime, digiuni, lodi e danze, e ad essere responsabile dei fratelli.

Visione della storia


“Ecco, nel giorno del vostro digiuno curate i vostri affari,
angariate tutti i vostri operai.
Ecco, voi digiunate tra litigi ed alterchi
e colpendo con pugni iniqui.
Non digiunate più come fate oggi,
così da fare udire in alto il vostro chiasso(…)
Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato,
nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto.
Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà.
Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà;
implorerai aiuto ed egli ti dirà “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito ed il parlare empio,
se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno,
allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio.
Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come una sorgente le cui acque non inaridiscono.
La tua gente riedificherà le antiche rovine,
ricostruirai le fondamenta di epoche lontane.
Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi.”
Is 58, 4-12


Saul, Davide e Salomone sono i re dei regno unitario e ciononostante non sono esenti dal compiere il male. Il bene ed il male lottano nel nostro cuore come in quello dei personaggi della Bibbia; per fortuna Dio non si spaventa del nostro essere contemporaneamente “santi e peccatori”, ma anzi manda continuamente profeti ad indicare le strade per camminare verso la salvezza, verso il paradiso, per vivere fin d’ora nel paradiso.
E così durante il periodo delle invasioni troviamo il profeta Isaia (il cui nome è molto simile a “Gesù”: entrambi significano “Dio salva”) che riprende il popolo, anzi i capi del popolo ed i ricchi, e li richiama allo spirito della Parola di Dio, all’attenzione al fratello (e non tanto alla pedissequa esecuzione delle regolette che lentamente il popolo ebraico si era costruito).
A dire il vero siamo nella terza parte del libro di Isaia, scritta più di cento anni dopo la morte del profeta: sono i suoi discepoli, è la sua “scuola teologica” che richiama il popolo all’onestà, sia quella intellettuale che quella interiore. A maggior ragione la Parola di Dio è “profetica” nasce cioè dalla lettura della storia umana, lettura che interpretata con lo sguardo divino; lettura che per di più è comunitaria e non di un singolo e sperduto profeta.
Ogni cristiano con il battesimo diviene “profeta, re e sacerdote”: queste sono le tre funzioni, i tre ministeri, la triplice caratteristica dell’essere cristiano. Che differenza c’è dunque tra il cristiano ed il non-cristiano? Entrambi leggono la realtà, ma il cristiano la interpreta alla luce della logica divina che trasforma il male in occasione di bene (cfr. Rm 8.28).
Leggere la realtà, dicevo: sia la mia micro-realtà quotidiana, della mia vita, del mio mondo, delle mie conoscenze e delle mie scelte (scuola, lavoro, università, amici…) sia la macro-realtà della mia Italia, della mia Europa, del mio mondo.
Il capitolo 58 del libro del profeta Isaia richiama fortemente all’attenzione verso il fratello: che senso ha rispettare le regole esterne (il digiuno) se poi il cuore non cambia e rimane litigioso, e si continua a sfruttare i propri operai non dandogli il giusto salario? Non è questo il vero digiuno, non è l’aspetto esterno che mi porta a Dio, che mi salva, che mi fa vivere sereno. E’ lo stare vicino al fratello, il condividere le risorse umane, materiali e spirituali. Allora la tua ferita si rimarginerà presto: di quale ferita si parla? Di quella del fratello? No: si parla della mia ferita, di me che sto bene; la ferita e le ferite che ognuno di noi si porta dentro sono rimarginate dal condividere con gli altri. Allora implorerai aiuto ed Egli ti dirà: Eccomi. “Eccomi” è il termine con il quale nella Bibbia si indica la vicinanza di una persona; di solito sono i personaggi biblici che rispondono “eccomi” alle chiamate (così Mosè in Es 3.4, così il giovane Samuele in 1 Sam 3.6, così Isaia in Is 6.8, così Maria in Lc 1.38). Questa volta è Dio steso che è pronto a scattare verso di noi, verso di me quando condividendo lo invocherò. Non voglio commentare ancora il testo biblico. Mi auguro che anche voi possiate leggerlo a lungo, e lasciarvi infastidire da questa parola biblica, così umana da essere divina. Lasciamoci infastidire da Dio. E dai fratelli.


“Alla fine dei giorni
il monte del tempio del Signore
sarà eretto sulla cima dei monti
e sarà più alto dei colli;
ad esso affluiranno tute le genti.
Verranno molti popoli e diranno:
“Venite, saliamo
sul monte del Signore,
al tempio del Dio di Giacobbe,
perché ci indichi le sue vie
e possiamo camminare per i suoi sentieri”.
Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme
la Parola del Signore.Egli sarà giudice tra le genti
E sarà arbitro tra molti popoli. Forgeranno le loro spade in vomeri,
le loro lance in falci; un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo,
non si eserciteranno più nell’arte della guerra. Casa di Giacobbe vieni,
camminiamo nella luce del Signore.
Is 2, 2-5

Visone della storia, dicevo; della macro-storia, della storia del mondo. Come andrà a finire? Alla fine dei giorni, al momento del giudizio finale, tutti i popoli riconosceranno, si accorgeranno della presenza di Dio perché il monte del tempio del Signore sarà innalzato così in alto da essere visibile a tutti, e tutti i popoli si diranno l’un l’altro, si ammaestreranno dicendo: venite, saliamo sul monte del Signore perché ci indichi le sue vie. E sarà la pace; l’effetto del camminare insieme è la pace, ove gli strumenti umani saranno utilizzati solo per l’armonia.
Crediamo sul serio? Ci crediamo veramente? Nella mia vita credo sul serio che Dio ci ha creati per gustare lo “stare insieme”, per ammaestrarci l’un l’altro (“Gareggiate nello stimarvi a vicenda” Rm 12.10; e sappiamo quanto sia importante la “stima” dal punto di vista umano!)?
Visione cristiana della storia: lettura di me stesso, di ciò che mi spinge a fare le cose (dimensione personale, interiore, psicologica e dunque spirituale), lettura del mio mondo (sociale, comunitaria, economica e politica), interpretazione alla luce della Parola di Dio (Dio che ci crea così come siamo, donne e uomini, per godere nella presenza reciproca come persone e come popoli, per ammaestrarci gli uni gli altri senza fare questioni di principio ma camminando ognuno a suo modo nei sentieri dell’esistenza, nel ricondurre la complessità della vita all’armonia).

Visione della vita

“Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole? (…) Allora quale profitto c’è per l’uomo in tutta la sua fatica e in tutto l’affanno del suo cuore con cui si affatica sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e preoccupazioni penose; il suo cuore non riposa neppure di notte . Anche questo è vanità! Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela nelle sue fatiche; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. (Qo 1.3;2.22-24)

Il libro del Qoelet (che significa “predicatore”) fa parte dei libri sapienziali della Bibbia, di quei libri cioè che compiono la riflessione sulla vita in senso lato, senza eccessivi riferimenti concreti (in questo senso non sono libri storici come invece la seconda parte di Genesi, l’Esodo, Deuteronomio,1e2 re, 1 e 2 Samuele).
Il nostro Predicatore compie la riflessione sulla vita umana, sulle fatiche degli uomini, sul lavoro, e conclude che tutto è nelle mani di Dio:

“Ecco quello che ho concluso:è meglio mangiare e bere e godere dei beni in ogni fatica durata sotto il sole, nei pochi giorni di vita che Dio gli dà: è questa la sua sorte (…) anche questo è dono di Dio (Qo 5.17-18)

“Va, mangia con gioia il tuo pane, bevi il tuo vino con cuore lieto, perché Dio ha già gradito le tue opere. In ogni tempo le tue vesti siano bianche e il profumo non manchi sul tuo capo. Godi la vita con la sposa che ami per tutti i giorni della tua vita fugace, che Dio ti concede sotto il sole, perché questa è la tua sorte nella vita e nelle pene che soffri sotto il sole” (Qo 9.7-10)

E’ una visione che mi affascina: il riferimento a Dio è indiretto, è posto attraverso il lavoro quotidiano. Così è indiretta la visione della vita: dov’è la mia vita? Dove sta il mio tesoro? Quando mi sento “vivo”? In discoteca? Al mare? Al lavoro? Vivo per la discoteca del sabato sera e sopporto il resto della settimana? Godo del mio lavoro? Le cose che faccio, lo studio, il lavoro, mi “ricaricano”, sono significativi per me? Oppure sono uno sforzo che mi esaurisce e basta?
Ecco di nuovo come la visone biblica incide nel nostro più profondo.


“Conclusione del discorso, dopo che si è ascoltato ogni cosa: Temi Dio e osserva i suoi comandamenti, perché questo per l’uomo è tutto” (Qo 12.13)

The original sin

Anno 538 a.C.: il popolo ebraico subisce l’ennesima invasione; ma questa volta è particolarmente tragica perché i babilonesi deportano parte del popolo nella città del fiume, in Babilonia. Non tutto il popolo, ma solo le persone colte, istruite, capaci di leggere e scrivere, da impiegare in lavori mirati. Il resto del popolo, quello semplice, rimane a Gerusalemme, a subire l’invasione.
(Per la cronaca: il popolo ebraico entra in Palestina verso il 1250 a.C., vi si infiltra, poi si unifica e rafforza con i re Saul,Davide e Salomone tra il 1100 ed il 950 a.C.; successivamente a causa dell’enorme tassazione imposta da Salomone e dal suo successore Roboamo il popolo si ribella e si divide in due: regno del Nord e regno del Sud; da qui poi inizia il periodo delle sei invasioni da parte di: egiziani,assiri,babilonesi,persiani,greci e romani. Gesù nascerà sotto la dominazione romana, con l’imperatore Augusto ed il re Erode.)
E qui, in Babilonia, l’elite culturale del popolo va in crisi: ma insomma, che razza di Dio è il nostro Dio? E’ Lui che ha cercato Abramo e Sara, ci ha protetti durante la carestia e ci ha fatto entrare in Egitto; poi siamo diventati schiavi e ci ha fatti uscire per mezzo di Mosè. Finalmente ci ha dato la terra promessa (a distanza di 800 anni dalla promessa di Abramo ricevuta nel 1850 a.C.; comunque…). Ed ora? Si ricomincia tutto daccapo? Basta! Smettiamola di pregare il nostro Dio.

“Sui fiumi di Babilonia là sedevamo piangendo al ricordo di Sion.
Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre.
Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato,
canzoni di gioia i nostri oppressori: cantateci i canti di Sion!
Come cantare i canti del Signore in terra straniera?
Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra;
mi si attacchi la lingua al palato se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme al d sopra di ogni mia gioia” (Sl 137.1-6)

Come allontanarci dal Signore, come dimenticare il nostro Dio? Eppure Dio non fa niente per evitarci il male. Ma il male, da dove viene? Forse viene da Dio; ma allora Dio è un Dio cattivo. Anzi, no: Dio è sadico perché si diverte a giocare con noi: ci dà un po’ di bene e poi ci dà il male. Oppure non è così “dio” come vorrebbe farci sembrare. Non è lui l’onnipotente; altre divinità hanno preso il suo posto…aiuto! sto impazzendo! Non so più cosa pensare!
Allora: ricominciamo tutto daccapo. Cosa c’è alla radice, all’origine di tutto, al principio di tutto?

“In principio Dio creò il cielo e la terra” (Gn 1.1)

E’ in questa situazione drammatica, di tensione e di disperazione, di deportati in terra straniera, che l’elite culturale ebraica formula la sua più alta professione di fede e riprende alcuni racconti babilonesi sulla creazione, adattandoli ed interpretandoli però alla luce della Parola di Dio.
Questo racconto della genesi diventa poi così importante, diventa la prima chiave di lettura dell’intera Bibbia, che i redattori lo porranno all’inizio della Bibbia stessa, prima di Abramo e Sara.
Ma è e rimane racconto sapienziale, che esprime con immagini estremamente semplici qual è l’origine della vita e come su questa si è incastrata la carie del male.
In principio Dio creò il cielo e la terra: letterariamente parlando questo è un merismo, una forma sintattica che, attraverso l’indicazione degli estremi, vuole indicare tutto ciò che vi è all’interno. Dunque Dio crea gli estremi cielo e terra, cioè tutto ciò che vi è tra il cielo e la terra; Dio crea lo spazio (cielo e terra).Poi Dio crea il tempo (il susseguirsi di luce e tenebre). E crea con gusto: Dio gode del suo creare, non crea a caso. “E Dio vide che era cosa bella”(spesso “bella” è tradotto con “buona” Gn 1.10,12,18,21,25,31).
Dio crea una cosa, poi se la guarda ben bene ed esclama: guarda come mi è venuta bene…sono proprio un Dio! Mi sia concessa questa battuta, ma tengo a sottolineare come Dio ha una sua propria intenzionalità nel creare.

“Dio creò l’uomo a sua immagine;a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò. Dio li benedisse e disse loro: Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela (…) Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gn 1.27-31)

Le nostre persone, l’essere connotati sessualmente così come siamo, è dono di Dio, per essere gli uni aiuto e sostegno delle altre. La Genesi sottolinea questo aspetto utilizzando un linguaggio al maschile (siamo nel 538 a.C.!), dicendo:

“Non è bene che l’uomo sia solo: gli voglio fare un aiuto che gli sia simile. (…) Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo. Allora l’uomo disse: Questa volta essa è carne della mia carne e osso delle mie ossa. La si chiamerà ‘ishsha(donna) perché dall’ ish (uomo) è stata tolta”. Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne. Ora tutti i due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna” (Gn 2.18-25)

Dunque Dio crea prima lo spazio ed il tempo, poi le piante, poi gli animali, poi l’uomo…ed infine, vertice della creazione, la donna. E venitemi a dire che la Bibbia è maschilista!

E il male? Siamo ancora deportati come schiavi in babilonia e ci chiediamo non tanto il perché della morte (tutto muore, dalle stagioni ai frutti degli alberi, agli animali,a gli uomini), bensì il perché della sofferenza. Da dove deriva questo male?
Nel giardino bellissimo che Dio ha creato appositamente per Adamo ed Eva (per la cronaca: Adamo= ‘adamah, che viene dal suolo; Eva=hajah, vita), nel giardino dicevo Dio pone tantissimi alberi; ed i due progenitori possono mangiare i frutti di tutti questi alberi, salvo i frutti di due alberi particolari: quello della vita e quello della conoscenza del bene e del male.
Ebbene ecco entrare in scena il serpentello, il primo pubblicitario della storia, il quale con aria scanzonata chiede ad Eva:”E’ vero che Dio ha detto: non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”(Gn 3.1). E’ giusta o sbagliata questa domanda? E’ sbagliata! Ed Eva si affretta subito a spiegare al serpentello che loro due possono mangiare di tutti i frutti, salvo di quei due alberi particolari. Il serpente è il primo pubblicitario della storia: non dice: mangia quel frutto. Ma da una sua interpretazione “Dio sa che quando voi ne mangereste, si aprirebbero i vostri occhi e diventerste come Dio, conoscendo il bene ed il male”(Gn 3.4). Così le pubblicità: non dicono di andare al McDonald’s, ma dicono: guarda quanto siamo contenti al McDonald’s! Non ci dicono di comprare il Denim, ma lasciano intendere che se ho il Denim tutte le donne saranno ai miei piedi (Denim: per l’uomo che non deve chiedere. Mai). E così la donna cede alla tentazione (finora non è peccato; è ancora tentazione) e mangia lei, e ne da’ da mangiare anche all’uomo. Già. C’è anche l’uomo che stava lì dietro, nascosto. Non appare se non ora, e per giunta in modo passivo. Chi dialoga con il serpente è lei, Eva, la fonte della vita.
E così mangiano il cocco. A no scusate, era l’ananas. Ma no! Il dattero. Insomma, mangiano il frutto dell’albero del bene e del male. La Bibbia non ci dice che tipo di frutto sia; stando in mesopotamia, regione calda, con molta acqua e molto fertile, a me piace pensare che fosse stato il dattero. Sarà poi S.Girolamo a fare il gioco di parole “mela-male” e così ancora oggi tutti noi identifichiamo il peccato con la mela e con il pomo d’Adamo.
Sta di fatto che il racconto della Genesi continua con Dio che, a sera, scende a passeggiare con l’uomo… ma Adamo si nasconde perché si è accorto di essere nudo. Strano: fino ad un secondo prima erano nudi, ma questo non creava loro alcun problema, e un secondo dopo aver mangiato il dattero (o la mela…) hanno problemi. Eppure erano sposati; senza contare che non c’era nessun altro sulla terra. Che vuol dire allora questa vergogna? E poi, vergogna verso chi?

“Il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: Dove sei? Rispose. Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto. Riprese:Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare? Rispose l’uomo: la dona che tu mi hai posta accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato. Il Signore Dio disse alla donna: Che hai fatto? Rispose la donna: il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato. Allora il Signore Dio disse al serpente: poiché tu hai fatto questo sii tu maledetto”(Gn 3.9-14)

La donna che Tu mi hai posto accanto mi ha dato da mangiare…non è mica mia la colpa, è colpa sua; anzi, la donna me l’hai posta accanto Tu: in fondo è Tua la colpa.
Il serpente mi ha ingannata; non è mica colpa mia, e colpa sua; anzi, il serpente l’hai creato Tu: in fondo è Tua la colpa.
E Dio maledice il serpente.
Si è innescato il gioco dello “scaricabarile”: non è mica colpa mia! E’ di qualcun’altro; anzi: è di Dio (e via con le bestemmie). Gli effetti del primo peccato, del peccato originale, sono effetti di mancata assunzione di responsabilità, di incomprensione: l’uomo e la donna non sono più uniti ma divisi, si accusano, sono separati, non si comprendono più. Se nello stereotipo generale l’uomo lavora e la donna si occupa della prole, allora la Bibbia dice che da adesso in poi l’uomo proverà fatica nel lavoro e la donna partorirà con dolore. Cioè nel linguaggio simbolico della Genesi, si è rotta l’armonia tra ciò che siamo e ciò che facciamo, armonia che ora va recuperata (quel gustare il proprio lavoro che diceva il Qoelet). Poi

“Il Signore Dio fece all’uomo ed alla dona tuniche di pelli e li vestì. (…)
Il Signore Dio lo scacciò dal giardino di Eden perché lavorasse il suolo dove era stato tratto” (Gn3.21-23)

Dio non maledice la donna o l’uomo; gli fa persino delle tuniche, dei vestiti. Si prende cura di loro. Ma li caccia dal paradiso, dal luogo della perfetta armonia, perché loro stessi hanno rotto l’armonia.
Facciamo qualche veloce passo in avanti e vediamo quali sonno gli altri effetti del peccato per poter giungere a dare una definizione del peccato stesso (definizione che la Bibbia nel suo racconto simbolico non ci da’): Caino contro Abele (Sono forse il guardiano di mio fratello? Gn4.9) e la torre di Babele, peccato di superbia (Gn 11).
Dunque quattro sono gli effetti del peccato originale:
*vergogna
*incomprensione nella coppia (Adamo ed Eva)
*incomprensione nella famiglia (Caino ed Abele)
*incomprensione tra i popoli della terra (la torre di Babele ed i linguaggi differenti)
Ma cosa indica il primo di questi effetti, la vergogna? Quando si diventa rossi? Diventiamo rossi quando un qualche nostro segreto viene allo scoperto: la prima volta che stiamo vicini alla persona che ci piace; o quando facciamo una gaffe. Il rossore esprime un certo imbarazzo, una certa separazione tra ciò che proviamo all’interni ed il modo in cui invece dobbiamo comportarci all’esterno.
Dunque la vergogna di Adamo ed Eva non è rivolta all’esterno bensì all’interno, verso se stessi. Non mi sento più bene con me stesso, non mi piaccio più così come sono (alto,basso,secco,magro, timido,curioso,generoso,irruento,aggressivo,romantico,dolce,sensibile…).
Traduco la vergogna come l’incomprensione verso se stessi.
E traduco quindi il peccato originale come “incomprensione”, incapacità di comunicare così come si è, nel profondo, a tutti i livelli.
In questo senso leggo la pace del Risorto come la riconciliazione, riconciliazione di me a me stesso e poi nella coppia, nella famiglia, nel mondo.
La pace è dono di Dio ma, come abbiamo visto già in Isaia, si mette in moto quando inizio a condividere e dunque a riconciliarmi, a mettermi in comunione. Quando con intelligenza mi assumo le mie responsabilità.

Lavoro di gruppo
Stiamo riflettendo sulla condizione di nudità di Adamo ed Eva, ovvero sul cammino che Adamo ed Eva, che ogni uomo compie per sentirsi bene con se stesso, nella sua pelle, per sentirsi riconciliato.
Vi chiedo ora di dividervi in gruppetti da tre e di rispondere insieme sul foglio alla seguente domanda: cosa serve ad Adamo ed Eva per superare la vergogna verso se stessi? In altri termini: vi chiedo di riflettere su queste domande:
cosa serve per farli diventare crescere, per farli essere sempre più “loro stessi”, per far diventare Adamo sempre più “Adamo” ed Eva sempre più “Eva”?

Altre domande per la riflessione:
Cosa serve per sentirsi riconciliati con se stessi? Quali “specchi” possiamo utilizzare per guardare come siamo fatti, per metterci alla prova?
Quando vi siete sentiti veramente bene con voi stessi?
E’ difficile perdonare se stessi?
Cos’è che vi spinge a fare le cose: “la sfida” per dimostrare che siamo come gli altri”? Oppure il fatto che a casa si aspettano tanto da me e se non vado bene a scuola allora…Oppure…




My way in life

“Dopo che Giovanni fu arrestato,
Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva:
Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino;
convertitevi e credete al Vangelo”(Mc 1.14-15

La prima cosa che Gesù dice quando inizia a predicare è: il Regno dei cieli è vicino.
Questa frase fa da titolo a tutta la sua predicazione, un titolo che è tutto un programma.
Il tempo è compiuto, è pieno, non c’è più nulla da aspettare; quando finiamo un’opera d’arte, un quadro, una poesia, la guardiamo un po’ da lontano per vedere che effetto fa; è compiuta, terminata, non c’è più nulla da aggiungere. Se l’uscita da scuola è alle ore 13.30 e sono le 13.25, il tempo è compiuto, ci prepariamo ad uscire e certo non si può iniziare una nuova spiegazione; se devo prendere il treno delle 12.00 e sono le 11.50, il tempo è compiuto, vado al binario e mi preparo a prendere il treno; se il mio aereo parte alle 11.00, arrivo in aeroporto almeno alle 10.00 e poi inizio il chek-in e le operazioni di imbarco.
Il tempo è compiuto: non c’è più nulla da aspettare. Ma aspettare che cosa?
Il regno di Dio è vicino: il regno di Dio, dei cieli, è il paradiso. Ebbene: il paradiso è vicino, è prossimo a noi, alla nostra vita, è qui su questa terra. Non devo aspettare di andare chissà dove e chissà quando (e comunque il più tardi possibile!) per arrivare in paradiso. Il Regno di Dio è già iniziato con Gesù; cosa devo fare? Rendermene conto, accorgermene, aprire gli occhi, convertirmi. Ho in mente la conversione biblica, quella di Abramo ad es., che cambia città, lingua, lavoro. La conversione è cambiamento radicale, nel profondo; non è dire “prometto che sarò più buono” ma è fare una nuova vita; magari vendendo casa, facendo il pellegrinaggio. C’è poco da fare: l’uomo è una unità di anima e corpo, e ciò che facciamo con il corpo fa bene all’anima; e viceversa. Voglio convertire la mia anima nel profondo? Inizio con il convertire il mio corpo dall’esterno. Come Abramo.
Convertitevi e credete al Vangelo: credete alla buona notizia del Regno di Dio, credete che Io-Gesù sono Dio, che Io porto il Regno di Dio, che Io sono la vite e voi i tralci, che Io sono il Maestro e voi i discepoli, che Io sono il Servo che lava i piedi.
Ma chi può credere che nel nostro mondo segnato da guerre, che nel mio lavoro segnato da problemi a non finire, che nella mia vita segnata da incomprensioni, che nel mio cuore segnato da contraddizioni, chi può credere che proprio qui cresce ed è già presente il paradiso? Solo un folle può vedere ciò che non c’è, o che è nascosto; solo un sognatore può vedere la ferita dentro un litigio, la ferita vera, quella che fa male e che fa scattare il litigio; chi ha la testa sulle spalle sa che nella vita servono i soldi, che ne servono tanti, che bisogna farsi la pensione integrativa, l’assicurazione, che stare accanto alle persone significa perdere un sacco di tempo, che aspettare i tempi dell’elaborazione di nostri sentimenti significa mettersi a nudo. Chi ha la testa sulle spalle sa bene che riconciliarsi e riconciliare è molto faticoso. Ed ha ragione. E’ faticoso entrare dentro la logica divina che chiama “male” il male e “bene” il bene. E’ faticoso guardarsi così come si è, e condividere. E’ faticoso riconoscere l’indifferenza, la freddezza, la superficialità che ci può essere dentro di me, ed è faticosissimo riconoscere la disponibilità, la generosità, la gratuità che vogliono metterci in moto. E’ faticoso aspettare i “nostri” tempi ed i tempi degli “altri”. Ebbene: questa è la conversione. Guardarmi dentro così come sono: cosa c’è dentro di me? Cemento? Ebbene, con il cemento si costruiscono le case.Catrame? Con il catrame si fanno le strade dove gli altri possono passare. Zucchero? Sale? Pepe? Panna?Cosa c’è dentro di me? Questa è la conversione evangelica. La religione è estremamente concreta, ed incide nell’intimo di noi stessi.
Dopo che Giovanni fu arrestato: Gesù aspetta che suo cugino, Giovanni il predicatore, Giovanni il Battezzatore, proprio quello che lo ha battezzato, proprio quello che ha visto aprirsi i cieli “Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”(Mt 3.16-17), aspetta che Giovanni fosse arrestato. E da qui in poi inizia a predicare il Regno di Dio. Ma mi domando e dico: perché Gesù che è Dio, che ha i poteri di fare i miracoli, perché ha dovuto perdere 30 anni di tempo per iniziare a predicare? Non poteva crescere in fretta, o scendere sulla terra già grande, o iniziare a predicare a 12 anni (età nella quale i ragazzi divengono bar-mishat, figli della legge, adulti)? Perché ha perso tutto quel tempo e si è ridotto a predicare dai 30 ai 33 anni (dunque per soli tre anni), e senza lasciare neanche un appuntino di suo pugno? Non sembra anche a voi che il comportamento di Gesù sia un po’ strano? E poi: hai i poteri, puoi fare i miracoli, ed allora usali un po’ questi poteri! O no? Io qualche idea ce l’avrei per punire i cattivi e far trionfare i bravi (ed ovviamente io sono tra i bravi!), per far girare meglio il mondo. Invece Dio dice:
”Cercate il Signore mentre si fa trovare, invocatelo mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie –oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza aver irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata”(Is 55.5-11).

La logica divina è completamente differente da quella umana. Così anche la lettura della storia e della vita che Gesù compie: per Lui il segno che lo spinge ad iniziare la predicazione è un segno che a me pare infausto: suo cugino Giovanni è arrestato, paga con la sua stessa vita la fedeltà alla Parola di Dio, l’aver rimproverato il re Erode per la sua condotta adultera.
Quali sono i “miei” segni? Quale coscienza ho di me stesso e dunque quale lettura della storia e della vita compio?
Leggere me stesso, leggere gli altri, leggere i segni dei tempi, leggere il disegno di Dio, sono elementi legati l’un l’altro, come posti su di una circonferenza, per cui la riflessione su di uno rimanda alla riflessione sugli altri. Paradossalmente non è importante partire dall’uno o dall’altro elemento. L’importante è far scattare la riflessione, è mettermi gioco o –come dice Ligabue- mettere in circolo il mio amore.

Affamati di giustizia


Vedendo le folle, Gesù salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli.
Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo:

“Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli.

Beati gli afflitti perché saranno consolati.
Beati i miti perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.

Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio

Beati i perseguitati a causa della giustizia, perché di essi è il Regno dei Cieli.”
Mt 5,1-10


Il Regno di Dio. E’ questo il centro della predicazione di Gesù, ed è così importante che i discorsi inaugurali della predicazione hanno come tema specifico proprio l’annuncio del Regno di Dio.
In Marco viene sottolineato l’invito alla conversione: “Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al Vangelo”(Mc 1.15); in Luca è sottolineata la funzione profetica del Cristo, unto dallo Spirito di Dio: Lo Spirito del Signore è su di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio (…) Allora cominciò a dire: <>”.( Lc 4,16-21).
In Matteo è delineato il profilo del credente, di Gesù stesso innanzitutto “povero in spirito” per eccellenza, e dei credenti in Cristo. La scena descritta da Matteo è solenne: Gesù è attorniato dalle folle che lo cercano perché Lui parla bene, ed allora sale sul monte (nuovo Mosè che sale sul nuovo Oreb e da’ i nuovi comandamenti al popolo); salito sul monte, un po’ in alto rispetto alla folla così da farsi sentire da tutti, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Eh, i suoi discepoli, quel gruppo di 12 che si fanno largo tra la folla, perché loro sono stati chiamati proprio da Gesù e rivendicano ora il diritto di passare davanti a tutti per sentire e guardare Gesù negli occhi (povera chiesa, iniziamo proprio bene!). La folla è dunque intono a Gesù, e la gente parla, si saluta, commenta questo strano uomo che predica, si scambia il pranzo, è attenta ai bambini che giocano a rincorrersi. In questa scena di vita normale, Gesù prendendo allora la parola li ammaestrava, Gesù inizia a parlare e la folla fa silenzio, smette di ridere, discutere, di bisbigliare, il brusio si affievolisce: sta parlando.
Facciamo attenzione ai verbi delle singole frasi: a che tempo sono? Andate a controllare.
La prima e l’ultima beatitudine sono all’indicativo presente di essi è il Regno dei cieli, mentre gli altri verbi sono al futuro (saranno consolati, erediteranno la terra, saranno saziati, troveranno misericordia, vedranno Dio, saranno chiamati); questa struttura letteraria si chiama inclusione: la prima e l’ultima beatitudine presentano una equivalenza, tanto che il povero in spirito è identificato con il perseguitato, ed includono tutte le altre. Le altre beatitudini cioè spiegano, elaborano, approfondiscono, chiarificano chi è il povero in spirito ed il perseguitato. E noi iniziamo proprio a vedere le beatitudini “incluse”.
Beati gli afflitti: chi sono gli afflitti? Nel significato comune del termine indichiamo con “afflitto” colui che è triste, che è sfortunato, che è piegato da un qualche problema.
Io traduco “afflitto” con “ad-flesso”, “piegato-verso”, colui che è chinato per sollevare un amico che è per terra; colui che è piegato perché sta portando un macigno particolarmente pesante. Ora, per sollevare un amico che sta per terra, devo essere forte così da sorreggerlo; se porto un peso e riesco comunque a camminare, devo essere forte. Dunque l’afflitto è una persona forte, una persona che sopporta i pesi della vita, che non si ferma ma cammina. Piano ma cammina. Nella mia traduzione siamo afflitti quando portiamo i pesi gli uni degli altri, quando ascoltiamo per la centesima volta il nostro amico, quando spieghiamo per la milionesima volta il compito al compagno, quando studiamo per anni e sappiamo che la strada è ancora lunga, quando viviamo con altre persone e sappiamo che non è semplice capirsi, che ci vorrà tempo, tanto tempo.
Beati i miti, le persone calme, quelle che non si spaventano dinanzi alla tempesta e che tengono fissa la rotta verso il faro. Quelle che non perdono la testa, che non vogliono far valere a tutti i costi la loro idea; quelle che non fanno questioni di principio ma solo questioni specifiche per il fratello che sta dinanzi. Perché –ringraziando il cielo- i problemi non mancano e dunque possono affrontare un problema alla volta. Quelle che non si lasciano trasportare dalla corrente, dai litigi; quelle che sanno chiamare “male” il male e “bene” il bene. Le persone stabili.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, che attendono, sperano e lavorano per una giustizia per tutti, non solo per se stessi; ospedali, scuole, case, parchi-gioco per tutti i bambini del mondo, non solo per quelli che possono andare a Gardaland. Quelli che sanno resistere nella contraddizione di poter immaginare giochi per tutti i bambini e che sanno che non si possono realizzare dall’oggi al domani, sanno che il loro singolo impegno è una goccia d’acqua, che lottano e lottando vogliono coinvolgere gli altri, tutti gli altri. Sono dei sognatori, gli affamati di giustizia, dei sognatori così bambini da non smettere di sognare, così forti da sopportare ferite e tradimenti, così adulti da saper sfruttare ogni occasione –propizia o meno- per coinvolgere altri nei loro sogni. Sono quelli che scendono in piazza per la pace, quelli che partono con Emergency, quelli che rinunciano alle sigarette per comprare un vaccino; siamo ognuno di noi quando ci arrabbiamo per le ingiustizie che vediamo nel mondo. Allora io dico: lasciamoci trasportare dalla passione, dalla rabbia, sfoghiamoci pure: perché questa è rabbia santa, è zelo per ogni uomo. Lasciamolo uscire questo zelo, così da poterlo purificare, poterne sfruttare l’energia positiva e scartare quell’irruenza tipica dell’adolescenza. Lasciamo uscire i nostri sentimenti (Abramo insegna!) così da farli purificare dal Signore, dalla vita, dal Signore della vita.
Afflitti, miti, affamati di giustizia: sono tre atteggiamenti che derivano da condizioni esterne a noi, dalle occasioni che la vita ci prospetta.
Le altre tre beatitudini disegnano invece atteggiamenti e disposizioni che nascono dall’interno di noi, del nostro cuore.
Beati i miseri-cordiosi, coloro che hanno il cuore (cor,cordis) rivolto verso i miseri, i più deboli, gli indifesi; coloro che sono sensibili, che si inteneriscono dinanzi ad un cucciolo d’uomo che dorme o che prende il latte dalla mamma. La misericordia è un sentimento comune ad ogni persona, è dolcezza, sensibilità, è una punta di romanticismo. Va solo “attivata”.
Beati i puri di cuore, coloro che sono come bambini. E come i bambini sono spontanei, litigano e piangono, baciano ed abbracciano; come i bambini, non hanno bisogno di giustificare le loro azioni, non hanno bisogno di trovare delle scuse per ciò che fanno. Il loro interno coincide con il loro esterno. In questo senso sono trasparenti, si conoscono, capiscono quando hanno “la luna di traverso” e lo dicono così da farsi aiutare; capiscono quando gli altri sono felici o tristi e ridono con chi ride e piangono con chi piange.
Beati gli operatori di pace, coloro che non si spaventano dinanzi alle reazioni dei cuori feriti, ma che intervengono con dolce forza e determinazione; gli operatori di pace conoscono bene il cuore umano, le sue contraddizioni ed i suoi tempi; conoscono e sanno riconoscere le ferite che ogni cuore si porta dentro, e le sanno far fruttificare (non rimarginare e chiudere, ma ammorbidire ed aprire).
Dunque quali sono le caratteristiche della persona così delineata? Forte, calma, che sa discernere le cose e le situazioni, che sa leggere nel cuore umano, che sa fare la pace e sa far fare la pace; una persona il cui sguardo è aperto alla propria vita, alla vita delle persone che gli sono intorno, al mondo intero. Considera la propria casa tutto il mondo, propria famiglia ogni uomo; è una persona disponibile. Ecco: io traduco “povero in spirito”con “disponibile”, in un certo senso “vuoto, spazioso” così da accogliere gli altri. Così disponibile da non spaventarsi se gli altri non lo capiscono; il suo amore è così grande che non aspetta il contraccambio, ma è amore gratuito. Così disponibile da amare i propri persecutori.
La prima persona che ricalca tale disegno è Gesù stesso; e subito dopo ci siamo noi, ognuno con un colore particolare, con spazi ancora da colorare (da attivare). Ma siamo lì. Il Regno di Dio è già iniziato. Il paradiso è già arrivato: essere disponibile significa vivere fin d’ora dentro il paradiso.
Logica divina: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi” (Mt 5.11-12)
E subito dopo Gesù disegna il modo in cui vede i suoi discepoli: sale della terra e luce del mondo. Niente male, eh?

Per questo mi ha mandato

“Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo, trovò il passo dove era scritto:
Lo Spirito del Signore è su di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione,
e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio,
per proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
per rimettere in libertà gli oppressi,
e predicare un anno di grazia del Signore.
Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette.
Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui.
Allora cominciò a dire: <>”. Lc 4,16-21

Ed entrò, come il suo solito, di sabato nella sinagoga; su questo, Gesù è un tipo abitudinario: quando sparisce dalla circolazione vuol dire che sta pregando. Fin da piccoletto si lasciava rapire dalla preghiera, dalla relazione con il Padre. Ve lo immaginate Gesù a dieci, dodici, quindici anni che prega i salmi? “Il Signore è la mia salvezza (Sl 27)…lampada ai miei passi è la tua parola, luce al mio cammino (Sl 119,105)…ti amo Signore mia forza, mia roccia, mio scudo, mia fortezza, mia liberazione(Sl 28,7;33,20;59,12;84,10;115,9;119,114;144,2)…Sta in silenzio davanti al Signore e spera in lui (Sl 37); così anche dodicenne a Gerusalemme, quando Maria e Giuseppe lo cercano e non lo trovano più: ma dove volete che io fossi? In discoteca? Al mercato? A barattare? Ma starò nel tempio a pregare, nel luogo Santo per eccellenza, nel Tempio di Gerusalemme!
Così durante la predicazione “Al mattino si alzò quando ancora era buio e, uscito di casa, si ritirò in un luogo deserto e là pregava”(Mc 1.35) “Congedata la folla, salì sul monte , solo, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava ancora solo lassù”(Mt 14.23) “Ma Gesù (…) si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo” (Gv 6.15). E’ tipico di Gesù l’andare a pregare, in sinagoga, nel tempio di Gerusalemme, da solo, appartato.
Dunque quel sabato, come un qualsiasi altro sabato, Gesù va a pregare in sinagoga, nella sinagoga della sua città, del suo paesino dove è cresciuto, dove tutti lo conoscono e dove lui conosce tutti, e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia. Guarda caso! Il nome Isaia ha lo stesso significato del nome Jheoshua, Gesù: significano entrambi “Dio salva”.
Apre il rotolo, srotola il rotolo, spiega il rotolo la Scrittura, spiega ciò che è chiuso, dispiega ciò che è stropicciato, commenta e rende intellegibile la Parola di Dio.
Lo spirito del Signore è su di me io sono il Cristo, l’unto, il Messia, il mandato-da-Dio; già nell’Epifania i rappresentanti del mondo ebraico (i pastori) e del resto del mondo (i Magi) erano venuti ad adorarmi, a salutarmi. Già con lo strano gesto del battesimo nel Giordano, Giovanni Battista e gli altri lì presenti avevano visto discendere su di me lo Spirito. Non che io avessi bisogno di Spirito Santo: sono Dio. Ma affinché io possa poi donare a voi lo Spirito Santo, quello stesso Spirito Santo per il quale io sono nato nel grembo di Maria. Quello Spirito che donerò a Pentecoste, dopo la Resurrezione. Prima c’è la Resurrezione e poi lo Spirito.
Per questo mi ha consacrato con l’unzione: per annunziare ai poveri un lieto messaggio per annunciare il Regno di Dio ai poveri, agli ultimi, ai senza-forza, ai senza-terra a coloro che sono disponibili, a coloro che non si sanno difendere da soli. Il Re è re-sponsabile di tutto il suo popolo, in particolare di coloro che non hanno forza, soldi, conoscenze per far valere i loro diritti (persone che nello stereotipo biblico sono genericamente indicate come “l’orfano e la vedova”); a loro in particolare è rivolta l’attenzione del re, ed a maggior ragione l’attenzione del Re-Dio, Gesù in carne ed ossa.
Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. La scena è solenne. Gesù, il bambino del villaggio, il figlio del falegname, quello che non si è sposato (ed all’epoca ci si sposava verso i 16-18 anni), quello che predica, proprio lui ora è qui tra noi: ma chissà mai cosa avrà da dirci? Siamo proprio curiosi! Gli occhi della curiosità, della sfida, dell’ammirazione, gli occhi di chi intravede il mistero, tutti quegli occhi, ognuno con la sua motivazione sono puntati su di lui. C’è silenzio. E Gesù inizia a predicare: parole di grazia uscivano dalla sua bocca (Lc 4.22): oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi (Lc 4.21). Lo Spirito di Dio è veramente sopra di me, e veramente, ora, adesso, vi annuncio un anno di grazia, vi annuncio la liberazione.
Le reazioni degli ascoltatori sono le più disparate: chi è meravigliato, chi scandalizzato, chi si sdegna…tanto che lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò (Lc 4.29-30). La sua missione è già scritta in partenza: l’annuncio del Regno di Dio è semplicemente scandaloso, perché mette in moto la fede in Dio e la lettura della propria vita, il senso che ognuno da’ al suo lavoro, al suo stare insieme agli altri, al condividere; ed allora si fa prima a far tacere Gesù: lo presero per le braccia, lo minacciarono, lo condussero sul monte con la precisa intenzione di gettarlo giù –e Gesù si lascia condurre sul monte. Ma non è ancora giunta la sua ora, l’ora della sua manifestazione. Gesù manifesta il suo essere Figlio di Dio, Unto con lo Spirito, proprio stando e restando sulla croce, nelle contraddizioni di ogni uomo.
Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò. Poi discese a Cafarnao, una città della Galilea, e al sabato ammaestrava la gente. (Lc 4.30-31)
Per questo lo Spirito del Signore mi ha mandato a predicare: per annunciare nella mia vita la misericordia del Signore, per predicare nei villaggi, di qua e di là, senza un progetto particolarmente preciso, vivendo una vita itinerante fatta di incontri occasionali, di occasioni di incontro, di incontri ad hoc. Per vivere la misericordia di Dio nella mia carne, nel dono di me stesso, dei miei studi, del mio lavoro, del mio tempo. Nel dono del mio tempo. Ed il tempo è particolarmente “mio” dal momento che sono il Figlio di Dio, che il tempo l’ho creato io (“In principio Dio creò il cielo e la terra (..) Dio disse: sia la luce! E la luce fu (…) e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte” Gn 1.1-3).
Per questo dirà“fate questo in memoria di me”, spezzate la vostra vita, donate la vostra vita così com’è, il vostro tempo, il vostro lavoro. Questo è essere divini, è vivere fin d’ora nel Regno dei Cieli.

Il banchetto di nozze

“E disse: Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in un luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta. Chi ha orecchi intenda” (Mt 13.3-9)

“Un’altra parabola espose loro così: Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No,rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”(Mt 13.24-30)

“Un’altra parabola espose loro: Il Regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami”(Mt 13.31-32)

“Un’altra parabola disse loro: Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta la pasta si fermenti.” (Mt 13.33)

“Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.” (Mt 13.44-45)


Mi colpisce l’uso del denaro. Il mercante della perla e l’uomo del tesoro si accorgono di aver trovato quello che cercano, e per averlo vendono tutto il resto, la propria casa, i propri beni, tutto ciò che gli appartiene, tutto ciò che li identifica. E ricominciano da capo. O cominciano sul serio.
Il mercante va in cerca di perle preziose; nel suo andare c’è una intenzionalità perché lui vive di questo. L’uomo del tesoro invece trova il tesoro per caso. Non lo stava cercando, vede ed esamina quel campo chissà per quale altro motivo. E per caso trova il tesoro. Il suo tesoro.
Nella mia vita posso fare tanti progetti, posso vivere come il mercante; oppure come l‘altro uomo, di cui non sappiamo il lavoro, che dunque non sappiamo identificare. E mi chiedo: qual è la mia perla, il mio tesoro? Per che cosa o per chi venderei tutto e ricomincerei da zero, dal campo o dalla perla?
E circa la parabola del lievito: qual è il lievito che fa fermentare la mia vita? Cosa spinge la mia vita?
E circa la parabola della zizzania: quali sono le difficoltà che incontro e che mi spaventano? Dio ben conosce le mie difficoltà, e non si spaventa, non le toglie magicamente dall’alto.
Infine circa la parabola del seminatore: ma quale seminatore semina il suo grano sull’asfalto? Deve essere matto! E tra i sassi? E tra i rovi? Eppure Dio semina ovunque, in ogni situazione; persino nella mia vita.
Oggi però non voglio commentare queste parabole, ma un’altra. Le parabole che troviamo al capitolo 13 di Matteo partono dalla dimensione generica del seminatore che semina ovunque ed arrivano alla dimensione interiore di me uomo in ricerca. Queste parabole e le relative domande le lascio alla vostra riflessione.
Non resisto infatti al fascino della parabola del cap.22 di Matteo, una parabola sul paradiso al quale sono invitati tutti, buoni e cattivi compresi (dunque anch’io!).


“Gesù riprese a parlar loro in parabole e disse: Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non vollero venire. Di nuovo mandò altri servi a dire: Ecco ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e i miei animali ingrassati sono già macellati e tutto è pronto; venite alle nozze. Ma costoro non se ne curarono ed andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero.
Allora il re si indignò e, mandate le sue truppe, uccise quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: Il banchetto nuziale è pronto ma gli invitati non ne erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Usciti nelle strade, quei servi raccolsero quanti ne trovarono, buoni e cattivi, e la sala si riempì di commensali. Il re entrò per vedere i commensali e,scorto un tale che non indossava l’abito nuziale, gli disse: Amico, come hai potuto entrare qui senza abito nuziale? Ed egli ammutolì. Allora il re ordinò ai servi: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti.” (Mt 22.1-14)

La scena descrive un banchetto di nozze tra il figlio del re e…? Non è indicata la sposa; però capiamo che gli invitati portano l’abito nuziale. Dunque sono gli invitati a rappresentare la comunità-sposa; chi altri infatti porta l’abito nuziale se non la sposa? E difatti solo quello che non ha l’abito nuziale viene gettato fuori.
La comunità-sposa; è una comunità che diventa tale nel momento del banchetto. Gli invitati “veri”, quelli che il re considera amici e che per questo invita al banchetto, si dimostrano ben poco interessati a fare festa, tanto che vanno ai loro interessi ed uccidono i servi del re.
L’ira del re è terribile, eppure la gioia per il matrimonio del figli non si spenge: il re manda i suoi servi in cerca di invitati, dicendo loro di chiamare tutti quelli che troverete, ma proprio tutti, buoni e cattivi.
Ma come? Non funzionava che i buoni vanno in paradiso ed i cattivi all’inferno? E che ci fanno adesso i cattivi al pranzo di nozze? E quello senza abito nuziale: è buono od è cattivo?
Il modo di ragionare di Dio è differente dal nostro: Dio rende giusti anche i cattivi, proprio attraverso il pranzo di nozze, attraverso le nozze del Figlio con la comunità-sposa. Dio non aspetta che diventiamo buoni per farci entrare in paradiso; in questo caso infatti non avremmo bisogno di Dio, ma faremmo tutto da soli. So la lezione dunque prendo un bel voto; guadagno tanti soldi dunque posso comprare ciò che voglio; sono buono, dunque –giustizia retributiva- vado in paradiso. La logica divina è differente: nel momento in cui Dio mi invita, è allora che mi rendo conto di chi sono, è allora che Dio mi rende “bravo”, aggiusta le cose che non vanno in me, mi rende “giusto”. Dio è “giusto” perché “aggiusta”; e la giustizia di Dio è giustizia che aggiusta ciò che non funziona in me.
L’abito nuziale: cosa rappresenta? Siamo all’interno di una parabola, di un raccontino che mi spinge a riflettere sul modo di ragionare di Dio. A voi la riflessione; io mi limito a ricordare come nel libro dell’Apocalisse coloro che non hanno macchiato le loro vesti indossano la veste bianca (Ap 3.4-5), e sono coloro che hanno compiuto opere giuste (La veste di lino –puro splendente- sono le opere giuste dei santi Ap 19.8-9)

Sam, il samaritano


“Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa è scritto nella Legge” Che cosa vi leggi?” Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tutto con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tuta la tua mente, e il prossimo tuo come te stesso”. E Gesù: “hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”.
Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?” Gesù riprese:
“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono,lasciandolo mezzo morto.
Per caso, un sacerdote scendeva da quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più te lo rifonderò al mio ritorno”.
Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?” Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Va’ e anche tu fa’ lo stesso”. (Lc 10, 25-37)



Un dottore della legge interroga Gesù, per vedere se Gesù è bravo come dicono. Un dottore della legge, uno esperto della religione ebraica, un professorino di religione, insomma!
La sua domanda è provocatoria: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?” Il professorino si rivolge a Gesù con un titolo onorifico, chiamandolo “Maestro”, od anche “mio maestro”, e gli pone una domanda enorme: che devo fare per andare in paradiso? E’ la domanda di senso, di significato di tutta la sua vita da professorino; tutto lui ha centrato sulla Parola di Dio, sia dal punto di vista lavorativo che esistenziale, e dunque “azzeccare” i comportamenti per andare in paradiso e godere della gioia eterna non è roba da poco. Capire come andare in paradiso è risolutivo per la sua esistenza, per mandare giù i dolori della sua vita, per stringere i denti, per resistere ed andare avanti aspettando la ricompensa. Già: il paradiso è la ricompensa per chi si comporta bene. O no? (E con l’euro, a quanto stà il cambio col paradiso? E’ meglio farsi una assicurazione e pagare a rate?).
Non sappiamo nulla dello sguardo di Gesù, ma a me piace pesare che Gesù lo guarda come guardò il giovane ricco. Anche il giovane ricco gli aveva posto la stessa domanda “Maestro buono, che devo fare per avere la vita eterna?” (…) “Gesù fissatolo lo amò e gli disse:Una cosa sola ti manca: va, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo. Poi vieni e seguimi”(Mc 10.17-21). Fissatolo lo amò. Se siete mai stati innamorati potete capire.
Per il giovane ricco il vendere i propri beni è la premessa per seguire Gesù: vendi, POI vieni e seguimi; prima non puoi seguirmi perché sei troppo pesante, troppo ingombro di cose inutili per vivere la vita.
Vivere la vita; non sopravvivere tra casa, amore, lavoro, amici, assicurazioni. Ma vivere i prossimi cinquant’anni. Condividendo.
Il nostro professorino di religione è meno avvezzo a ragionare con i soldi, ed è più pratico dei racconti della Bibbia e della tradizione ebraica (i targum); e Gesù parla a lui proprio attraverso una esemplificazione didattica: un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico…
Gerusalemme è la città del Tempio, della presenza di Dio, la città santa per eccellenza, quella del padre Davide, quella ampliata da Salomone; è posta su di una collina, a circa 500 metri s.l.m. Gerico è più in basso, è la città del commercio, degli scambi; ebbene su questa strada tra il sacro ed il profano, un uomo viene assalito dai briganti. Non sappiamo nulla di quest’uomo; potremmo benissimo essere noi stessi. Ebbene, scendono su questa strada tre personaggi: un sacerdote, un levita ed un samaritano; ora il sacerdote ed il levita –seppur a titolo diverso- conoscono e seguono minuziosamente i precetti della legge ebraica e sanno benissimo che non possono toccare del sangue, pena il tornare di nuovo a Gerusalemme, rifare le abluzioni (lavaggio rituale di mani ed avambracci), rifare le preghiere e tornare di nuovo alla loro comunità. Di entrambi Gesù ci dice che lo vide e passò oltre. Possiamo immaginare delle buone scuse: non è affar mio, ci pensi la caritas; non ho tempo. Gesù non pronuncia alcun giudizio morale od esistenziale; e noi non sappiamo più nulla del loro cammino (esteriore ed interiore). Gesù non valuta (a differenza del professorino…). Invece un Samaritano, uno di quelli che non applicavano la legge a puntino e dunque trattati come credenti di serie B, uno che era in viaggio di lavoro, lo vide e ne ebbe compassione.
Nel samaritano scatta qualcosa: lo vede e riconosce, e capisce. Per ri-conoscere un evento, la risoluzione di una espressione, c’è bisogno di aver prima conosciuto, di aver fatto esperienza. Lo vede e ne ha con-passione, ha passione, il suo animo ha lo stesso pathos dell’uomo aggredito. Chissà cosa avrà detto a bassa voce contro i briganti, mentre fasciava il malcapitato (la censura non mi permette di esprimermi, ma pensate solo alle esclamazioni che si dicono in automobile!); avrà provato rabbia contro i briganti, dolore per il suo amico; avrà pensato in un attimo quanto tempo dovrà adesso perdere per accudire il suo amico (e il tempo è denaro).
Fatto sta che si ferma, si abbassa, si piega, si ad-fligge (cfr. le beatitudini) verso il fratello e lo cura con olio e vino; vino per disinfettare le ferite ed olio per ammorbidire. Tra l’altro vino ed olio sono costosi e preziosi.
Poi lo carica sul suo giumento, lo porta ad una locanda, paga in anticipo il proprietario della locanda; e gli fa un progetto: secondo me entro tre o quattro giorni questo nostro amico sarà in grado di tornarsene a casa da solo. Ma se dovesse fermarsi di più, quello che spenderai te lo rifonderò al io ritorno.
Il samaritano non regala al nostro amico una pensione a vita; e neanche un assegno di mantenimento per un anno. Lo sostiene nel momento del bisogno; e basta. Gli fa un progetto per poi farlo camminare con le sue proprie gambe e risorse. E’ un amore rispettoso delle risorse dell’altro, che guida l’altro nel darsi una mossa.
(Per la cronaca, un denaro o dramma è una moneta d’argento dal peso di circa 3.5 gr;
un talento è invece una misura di peso ed equivale circa 34 Kg, mentre la mina è misura di peso di 570 gr., e l’obolo è di 0.6 gr)
Fin qui la parabola. Terminata la parabola Gesù domanda al professorino: Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti? Cioè Gesù rovescia la domanda iniziale; il dialogo tra Gesù ed il prof. era iniziato con il prof. che chiedeva: chi è il mio prossimo? in un modo autocentrato; al centro del suo interesse c’era lui stesso (ed il suo paradiso); viceversa al centro della domanda di Gesù c’è il nostro amico maltrattato, la sua condizione.
Il professorino voleva giustificarsi perché non vedeva prossimi da aiutare; e che pretendeva, di mettere su un banchetto con scritto “cercasi prossimo”?
Gesù invece gli dice: va e anche tu fa lo stesso, cammina anche tu per le strade del mondo, tra sacro e profano, e lasciati colpire dalle occasioni, dalle cose “per caso”. Per caso passano il sacerdote, il levita ed il samaritano; ma i loro tre atteggiamenti non sono per nulla casuali: il samaritano ha con-passione perché già di suo è disponibile (cfr. le beatitudini).
Un ultima cosa: quanto di “progetto di vita” c’è in questa parabola? E che senso dare a quel “per caso”? Quante cose posso realmente scegliere e progettare nella mia vita? Ho deciso io di nascere femminuccia o maschietto, in questo o quell’altro paese, in questa o quell’altra famiglia, di innamorarmi di questa o quest’altra persona? Cosa penso delle cose casuali, delle occasioni, ad hoc?
Cosa penso della vita, di me, degli altri di Dio?
Iniziate a penarci, e buttate giù ciò che vi esce, buttatelo giù in versi, disegni, musica; fate uscire ciò che pensate e ciò che siete; poi vi potrete vedere sul serio. E condividere!


Il padre buono, la casa in festa

“Disse ancora: Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava.
Allora rientrò in se stesso e disse: Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni. Partì e si incamminò verso suo padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Ma il padre disse ai servi: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cosa fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: E’ tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché la ha riavuto sano e salvo. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando,e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Gli rispose il padre: Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato.” (Lc 15.11-32)

Ci stiamo interrogando sul modo di ragionare di Dio. Perché chi si comporta bene va in paradiso e gli altri all’inferno. O no? E quale dei due figli di questa parabola “si comporta bene”? Quale dei due ha capito il modo di ragionare di Dio? Quale dei due abbraccia e si lascia abbracciare dal padre?
Un padre ha due figli: ora uno dei due, il più giovane, irruento, il secondogenito, quello che la strada spianata dal primo, si rivolge al padre per… chiedergli la parte di patrimonio che mi spetta.
E’ un po’ strana questa affermazione, innanzitutto perché non viene menzionato nessun altro tipo di dialogo tra padre e figlio; poi perché più che una richiesta sembra un comando, od almeno un diritto acquisito del figlio quello di avere i soldi dal padre (diritto acquisito in base a quale norma?). Inoltre: io ricevo la parte del patrimonio di mio padre, con l’eredità. Quando cioè mio padre muore. Cosa sta dicendo, allora, il minore al padre? “Padre, tu per me non esisti più, sei come morto. Dammi l’eredità che ti faccio vedere io come mi diverto lontano da stà casa! Basta perdere tempo a lavorare, vecchio rimbambito che non sei altro. Che te ne fai del lavoro? Voglio godermi la vita!” E il padre divise tra loro le sostanze. Per la cronaca, ai tempi di Gesù l’affronto all’autorità paterna poteva essere punito con un processo pubblico e con una pena che giungeva fino alla lapidazione (il padre di S.Francesco farà la stessa cosa: trascinerà Francesco in piazza davanti al vescovo per farlo giudicare e farsi ridare indietro tutti i soldi che aveva sperperato con i poveri. E per tutta risposta Francesco gli ridarà i vestiti, rimanendo nudo come un verme. Ma questa è un’altra storia…).
Il padre non si ribella, non interroga il figlio, non si scandalizza, non fa questioni di trincio. Non fa niente. Divide le sostanze. Detto tra noi: è proprio fesso! Allora aveva ragione il figlio ad andarsene: sei un buono a nulla, incapace di importi, incapace di dare delle indicazioni ed una educazione rigorosa ai tuoi figli.
Fatto stà che di lì a poco il figlioletto scanzonato se ne va in un paese lontano, sperperando tutti i soldi. Ma pure tu, però! Non ti va di lavorare, hai un po’ di soldi regalati: almeno mettili in banca! E invece li spendi tutti. E ti riduci a fare il guardiano dei porci. Per la cronaca, il maiale è l’ultimo animale nella scala sociale: il maiale infatti vive nello sterco, mangia il suo stesso vomito. E’ vero che del maiale non si butta niente (a chi non piacciono le salsicce?), ma per offendere qualcuno non gli diciamo ancora oggi che “è un porco”? Dunque il figlioletto scanzonato è caduto proprio in basso. E ha fame. Allora rientrò in se stesso. Più che l’amor potè il digiuno, diceva il Poeta! Decide di tornare da suo padre perché ha fame e pensa: quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza; quel fesso di mio padre non solo mi ha trattato bene, ma trattata bene persino i salariati. E’ proprio fesso (o è buono?), e tutto sommato mi conviene tornare da lui.
Si prepara il discorsetto e torna dal padre.
Quando era ancora lontano il padre lo vide, il padre che era rimasto lì alla finestra aspettando il ritorno, lo vide da lontano; non lo vede per caso, ma lo sta aspettando. Col fucile in mano? Adesso gli faccio vedere io a questo sciagurato! Persino l’odio lega due persone; la voglia di vendicarsi è un legame fortissimo che resiste mille e mille anni, perché quella persona in qualche modo è significativa. Ma il legame del nostro Padre verso il figlio è legame d’amore, tanto che commosso gli corse in contro, gli si gettò al collo e lo baciò. Ve lo immaginate questo vecchietto con tanto di artrite che corre senza fiato verso il figlio? Se lo abbraccia, lo accarezza, lo bacia, ma non sente neanche il discorsetto che il figlio si era preparato; quello lo inizia ma il padre, abbracciandolo e tenendoselo stretto, si volta e disse ai servi: presto, portate qui il vestito più bello, l’anello, i calzari, cucinate il vitello più grosso che c’è perché si fa festa! E’ una vera e propria investitura regale: vestito, anello, calzari e banchetto. Perché? Perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato ha vissuto la perdizione, l’inferno, ed ora è sano e salvo in casa, nella casa del padre, in paradiso. Ma non erano i buoni che entravano nel meritato paradiso? E che cosa si è meritato sto figlio?
Veramente la logica di Dio è lontana dal nostro modo di ragionare! Dio non ragiona con i “punti”; non si va in paradiso né collezionando punti, né vincendo per caso alla lotteria del vaticano.
E cominciarono a far festa.Il figlio maggiore si trovava nei campi e qui viene il bello: il figlio maggiore stava lavorando come suo solito nei campi, nei campi di famiglia, nei suoi campi, e da lontano sente la musica, le danze, la festa, sente il rumore degli amici, e corre dentro casa per veder cos’è successo. No. Si avvicina a casa sua, ma non entra; guarda sospettoso da lontano, chiama un servo e si fa spiegare cosa è tutto quel baccano e perché lui non ne sapeva niente. Egli si arrabbiò e non voleva entrare. Arrabbiato con chi? Con il fratello sperperane che aveva avuto il coraggio di godersi i soldi, con se stesso che –scemo- lavorava tutto il giorno; e con il padre che, razza di rimbambito, anziché punire il figlio, festeggia. Festeggia, lui. Ed io? Ed a me chi ci pensa? Io che ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, io che sono quello bravo, quello obbediente, quello che in tutti questi anni sta accumulando punti e sta pazientemente aspettando per gestire la casa alla tua morte, io non esisto per te? Tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici (neanche festa tutti insieme, ma solo soletto con i miei amichetti). Io che ti servo, io che mi considero un servo e che ti considero un padrone. Perché per me non sei un padre, ma solo un padrone, uno dei tanti che incontrerò e che dovrò servire per poi buggerare al momento opportuno.
Il padre allora uscì a pregarlo. Il padre che era uscito per il minore, esce ora, di notte, incontro al maggiore; ed uscì a pregarlo; parla con il maggiore a tu per tu, da adulto ad adulto. Non aveva parlato col minore perché è ancora troppo piccolino, troppo fragile. Ma parla col maggiore: figlio (e non servo: sei mio figlio) figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo. Sei sempre con me: questa è la relazione familiare, vivere insieme, mangiare alla stessa mensa, ridere, prendersi in giro, confidarsi, consigliarsi, farsi le coccole. Possibile che ancora non hai capito? Ma che mi interessa dei soldi: a me interessa la relazione con te, la felicità. Perché felicità è relazione. Smettila di fare il gretto, riconciliati anche tu con te stesso e con tuo fratello: non è un nemico, è tuo fratello; io non sono un padrone, ma tuo padre; la casa non è un carcere, ma casa tua.
Ma che mondo ti sei costruito attorno?
Qual è il mio mondo? Quali le mie relazioni? Cosa penso della gente di casa mia? Cosa penso si me stesso, e di Dio?
Non sappiamo se il figlio maggiore riuscirà ad aprirsi, ad abbracciare il padre ed il fratello; non sappiamo se riuscirà a vivere. A me piace immaginare che, ad un certo punto, il minore si sia messo in ricerca del fratello e del padre, abbia girato tutta la casa (ah, gli odori di casa propria!) ed alla fine sia uscito a cercarli; tanto ormai si sa muovere nelle strade sconosciute, nel mondo. Ormai è cresciuto.

Mt 25 ed Is 58


“Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri,e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che stanno alla sua destra: Venite,benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? E quando ti abbiamo visto ammalato o in carcere e siamo venuti a visitarti? Rispondendo, il re dirà loro: In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sua sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna” (Mt 25.31-46)

Della serie: la religione è una cosa concreta concreta, che incide sul mio modo di vivere: vive in paradiso chi condivide; vive nell’inferno della solitudine chi resta solo.
Tanto per rafforzare la concretezza del messaggio biblico e per evidenziare come Gesù porta a compimento l’antico testamento, riporto un passo a me particolarmente caro:

“Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?
Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli ti dirà “Eccomi!”.
Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito ed il parlare empio, se offrirai il pane all’affamato, se sazierai chi è digiuno, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio.
Ti guiderà sempre il Signore, ti sazierà in terreni aridi, rinvigorirà le tue ossa; sarai come una sorgente le cui acque non inaridiscono.
La tua gente riedificherà le antiche rovine, ricostruirai le fondamenta di epoche lontane.Ti chiameranno riparatore di brecce, restauratore di case in rovina per abitarvi.”(Is 58, 4-12)


A sorte su Mattia

“In quei gironi Pietro si alzò in mezzo ai fratelli (il numero delle persone radunate era circa centoventi) e disse: (…) Bisogna che tra coloro che ci furono compagni per tutto il tempo in cui il Signore Gesù ha vissuto in mezzo a noi, incominciando dal Battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di tra noi assunto in cielo, uno divenga, insieme a noi, testimone della sua risurrezione.
Ne furono proposti due, Giuseppe detto Barabba, che era soprannominato Giusto, e Mattia.(At 1.15-23)

Gesù è Risorto, è apparso alle donne, a Pietro ed ai fratelli, ma gli apostoli sono ancora fifoni. Rimangono chiusi nel cenacolo, ed i fratelli pure hanno timore di professare la loro fede. A Gerusalemme oramai erano conosciuti, e derisi. Eppure, in qualche modo vogliono continuare a sperare, vogliono continuare ad essere il gruppetto dei dodici costituito da Gesù. Dodici è un numero simbolico molto importante nell’ebraismo: indica la totalità del popolo di Israele (cfr. i 12 figli di Giacobbe che formano le 12 tribù). Dunque è importante ricostituire in numero di dodici gli apostoli. E la comunità si interroga: tra chi scegliere? Ce ne sono due in particolare che sono riconosciuti dalla comunità intera come persone giuste; ma come scegliere tra loro? Come interpellare Dio? Dio non ci manda gli sms!

Allora essi pregarono dicendo: Tu Signore, che conosci il cuore di tutti, mostraci quale di questi due hai designato a prendere il posto in questo ministero e apostolato che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto da lui scelto. Gettarono quindi le sorti su di loro e la sorte cadde su Mattia, che fu associato agli undici apostoli” (At 1.24-26)

Gettarono la sorte, giocarono a testa o croce (o forse ai dadi). Sul serio! La prima comunità cristiana, quella formata da Maria, Pietro, gli apostoli ed i primi credenti, con un gesto banalissimo compiono una scelta così importante. Il singolo gesto va però inquadrato in un contesto di preghiera e di preghiera comunitaria protratta nel tempo (In quei gironi Pietro disse, cioè il problema era stato sollevato già da un po’ di tempo e la comunità si interrogava su cosa fare: lasciare tutto così? Fare delle elezioni? Aspettare un qualche segno divino?).
E’ la comunità in preghiera che chiede a Dio un segno, pur attraverso un gesto banale.
Come decidono le cose, le nostre comunità? Pregano insieme? Decidono insieme come camminare, sicure che Dio manifesta la sua volontà nel momento in cui si pongono le scelte davanti a Lui? Qual è il senso della comunità per le singole scelte e vocazioni personali?

“Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7.7-8; Lc 11.9-10)
“Qualunque cosa chiederete nel nome mio, io la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiedere qualche cosa nel mio nome, io la farò” (Gv 14.13-14)
“Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo (…) Rimanete in me e io in voi (…) Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimante nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (…)Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15.1-17)

“Questa è la fiducia che abbiamo in lui: qualunque cosa gli chiediamo secondo la sua volontà, egli ci ascolta. E se sappiamo che ci ascolta in quello che gli chiediamo, sappiamo di avere già quello che gli abbiamo chiesto”(1 Gv5.14-15)


Comunità radunata intorno alla Parola di Dio, comunità attiva con desideri e risorse da portare dinanzi al Signore, affinché la vostra gioia sia piena, affinché la gioia di vivere insieme come comunità sia matura, effusiva, coinvolgente, quotidiana.
Comunità in pantofole: come sono, che relazioni ci sono all’interno delle nostre parrocchie? Intendo dire nei momenti normali, informali (e non nei momenti “strutturati” del consiglio parrocchiale, della riunione catechisti); ci sentiamo a casa quando entriamo in parrocchia? A partire dagli spazi: sono personalizzati? L’accoglienza dell’ambiente è indice dell’accoglienza delle persone ed aiuta ad aprirsi, a confidarsi, pregare insieme, a vivere insieme. In fondo Gesù vive insieme ai dodici, quale comunità itinerante; e la prima comunità ricalca questa modalità:

“Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti coloro che erano diventai credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno.” (At 2.42-45; cfr At 4.32-35))

Sì, lo so: la descrizione è decisamente idilliaca, di concordia perfetta. Eppure mettevano sul serio le loro sostanze in comune. Oggi per vedere gente che vive insieme bisogna andare o nei conventi, o nelle comunità di recupero. Ed una strada intermedia? Ma poi non ci lamentiamo che nel nostro condomino nessuno ci saluta! Insomma: la dimensione religiosa è strettamente collegata a quella umana; se non vi è il legame umano, come può esserci quello spirituale?
Quale intesa e fiducia di essere “comunità dinanzi a Dio” si è creata per poter gettare la sorte tra Giuseppe e Mattia? E cosa permette il formarsi e l’alimentarsi di una comunità, comunità cristiana?
La prima risposta che diamo, risposta di fede, è lo Spirito Santo. E’ lo Spirito Santo l’artefice della comunità cristiana, Lui, il Dio-Consolatore, il Mandato da Gesù. La discesa dello Spirito Santo, la Pentecoste, sigilla l’epifania della Chiesa: da adesso in poi gli apostoli vivono ed annunciano senza timore che Gesù è il Cristo, il Signore Risorto.
Già, gli apostoli: hanno assistito da lontano alla crocefissione di Gesù; solo Giovanni stava sotto la croce con Maria e le donne (donne, sempre impavide). Tutti gli altri l’hanno tradito. Tutti, da Giuda sino a Pietro. Solo che Giuda ha considerato il suo peccato così grande da essere imperdonabile (s.Giovanni ci rassicura: “Figlioli(..) amiamo coi fatti e nella verità. Da questo conosceremo che siamo nati dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa” 1Gv 3.18-20). Pietro piangerà lacrime amare, piangerà ed avrà l’umiltà di rimanere con i dodici, proprio lui Pietra della Chiesa.
La cosa curiosa è che improvvisamente questi dodici fifoni, che se rimanevano chiusi nel cenacolo, improvvisamente da fifoni diventano coraggiosi. Delle due, una: o sono impazziti, ubriacati, oppure è successo qualcosa di straordinario: la discesa dello Spirito Santo.
Già perché Dio-Padre è sempre stato lassù, nei cieli; Gesù-Dio-Figlio si è incarnato per opera dello Spirito Santo, è Risorto ed è tornato lassù nei cieli; e Dio-Spirito scende sugli apostoli e vi rimane. Tuttora lo Spirito Santo rimane sulla terra, tanto che tutte le cose che i cristiani fanno, le fanno all’interno dello Spirito Santo (dal segno della croce, ai sacramenti, alle opere di bene).
Questo è il motivo per cui io sono cristiano: per la testimonianza dei dodici che da fifoni sono diventati coraggiosi, proprio loro che hanno visto Gesù che hanno vissuto con lui, che conoscono il suo sguardo ed il suono della sua voce. Proprio loro annunciano che Gesù è risorto, che la tomba è vuota perché il Signore è il Risorto.

La vita in Dio

“Del resto le opere della carne sono ben note: fornicazione, impurità, libertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere; circa queste cose vi preavviso, come ho già detto, che chi le compie non erediterà il regno di Dio.
Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è legge “ (Gal 5.19-22)


Leggete bene queste frasi: c’è un errore grammaticale; trovato?
Le opere della carne sono… e poi ne elenca alcune. Il frutto dello Spirito è… e poi elenca i frutti dello Spirito. Trovato l’errore? Il frutto dello Spirito è: è al singolare; e perché poi ne elenca nove? Eppure S.Paolo è un dottore della legge, formato alla scuola di Gamaliele, è cittadino romano ed ebreo, dunque conosceva ebraico, aramaico, latino e greco. Può permettersi un errore così?
Eppure il concetto fila benissimo: le opere della carne producono divisione nel cuore umano, disgregazione; il frutto dello Spirito porta unità, armonia; le nove caratterizzazioni elencate sono sovrapposte, sono espressioni della stessa disponibilità.
Leggiamole al contrario: iniziando dal dominio di sé, mitezza, fedeltà ci si apre a bontà, benevolenza, pazienza, fino ad arrivare alla pace ed all’amore.
Il termine “amore” nel cristianesimo indica direttamente “Dio” (“Dio è amore” 1 Gv 4.16) e la pace è il dono che il risorto dona agli apostoli (“pace a voi” Gv 20.19;26). Dalla conoscenza profonda di se stesi, dal dominio di se stessi fino alla comunione con Dio: vivere in Dio significa vivere completamente in se stessi e con gli altri, e viceversa. Le dimensioni della nostra esistenza sono tra loro collegate, come punti di una circonferenza, e si alimentano a vicenda.
Per questo Gesù passava ore e nottate in preghiera, per stare in comunione con Dio.
Per questo la preghiera è la dimensione essenziale del cristiano perché è il momento nel quale l’uomo ripensa la sua vita dinanzi a Dio (cfr. Abramo o Giacobbe o Mosè…)


I 4 cavalieri

“Quando l’Agnello sciolse il primo dei sette sigilli, vidi ed udii il primo dei quattro esseri viventi che gridava come con voce di tuono: Vieni! Ed ecco mi apparve un cavallo bianco e colui che lo cavalcava aveva un arco, gli fu data una corona e poi egli uscì vittorioso per vincere ancora.
Quando l’Agnello aprì il secondo sigillo, udii il secondo essere vivente che gridava: Vieni! Allora uscì un altro cavallo, rosso fuoco. A colui che lo cavalcava fu dato potere di togliere la pace dalla terra perché si sgozzassero a vicenda e gli fu consegnata una grande spada.
Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che gridava Vieni! Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo calcava aveva una bilancia in mano. E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: Una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati.
Quando l’Agnello aprì il quarto sigillo, udii la voce del quarto essere vivente che diceva: Vieni. Ed ecco mi apparve un cavallo verdastro. Colui che lo cavalcava si chiamava Morte e gli veniva dietro l’Inferno. Fu dato loro potere sopra la quarta parte della terra per sterminare con la spada, con la fame, con la peste e con le fiere della terra.” (Ap 6.1-8)


Ultimo libro della Bibbia, è il libro della Rivelazione di Cristo. “Apocalisse” significa infatti “Rivelazione” di ciò che sta già avvenendo e che si compirà alla fine dei tempi: la vittoria del Bene sul male, dell’Agnello sul male.

“Rivelazione di Gesù Cristo che Dio gli diede per render noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere, e che egli manifestò inviando il suo angelo al suo servo Giovanni. Questi attesta la parola di Dio e l testimonianza di Gesù Cristo, riferendo ciò che ha visto. Beato chi legge e beati coloro che mettono in pratica le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino” (Ap 1.1-3)

S.Giovanni, l’apostolo ed evangelista, riceve in vecchiaia tale rivelazione; come Abramo sul monte, come Giacobbe nella notte, come Mosè sul monte, come Isaia, così anche Giovanni nell’ispirazione divina unisce visione storica e visione religiosa della vita. Dio parla a Giovanni in modo straordinario, inviando il suo angelo, e la formazione precedente di Giovanni gli permette di ricevere tale rivelazione.
La rivelazione è indirizzata ad una assemblea, ad una comunità riunita che prega e che interpreta i segni dei tempi: c’è un lettore beato chi legge e c’è la comunità che discerne beati coloro che ascoltano le parole di questa profezia e mettono in pratica le cose che vi sono scritte.
Dunque s.Giovanni chiama “Profezia” la rivelazione ricevuta; ed il profeta è propriamente colui che interpreta la storia del mondo alla luce della parola di Dio (cfr. Isaia). Allora l’Apocalisse parla di cose estremamente concrete, quotidiane, di insegnamenti che la comunità può recepire ed attuare adesso, oggi, proprio perché è profezia.
Il piano di Dio si attua nella storia con progressività, con sviluppo dialettico, nello scontro tra forze positive e negative, fino alla vittoria finale di Cristo. Dio manifesta a Giovanni delle categorie interpretative da applicare alle varie situazioni concrete, ed esattamente: la presenza di violenza, ingiustizia sociale, e morte (Ap 6.1-8); la presenza dello stato che si fa adorare attraverso centri di potereche lo tengono in vita (Ap 13.1-18); la convivenza consumistica che taglia i ponti con la trascendenza e si richiude nell’autodistruzione della città di Babilonia (Ap 17-18).
Il gruppo di ascolto decodifica, legge la propria storia alla luce di Dio, attraverso lo Spirito Santo, il suo atteggiamento è di perseveranza e di fede proprio perché il gruppo-chiesa è partecipe della vittoria di Cristo. Maranà tha: Vieni Signore Gesù (Ap 22.17).
Prima di poter leggere le categorie interpretative, però, la Chiesa ha bisogno di purificarsi, di leggere dentro la propria storia, di leggere dentro la propria comunità: ed ecco le sette lettere indirizzate a sette comunità, sette chiese della Turchia (Asia), emblema di ogni comunità cristiana (il numero 7 rappresenta la perfezione delle cose create: Dio crea in 7 giorni. E dunque con il numero 7 si indica la totalità della Chiesa di tutti i tempi).
Lo schema con i quale si presentano le lettere è uno schema fisso:
-indirizzo all’angelo della Chiesa di…scrivi:
-presentazione che Cristo fa di se stesso così parla
-esortazione particolare conosco le tue opere
-esortazione generale ho da rimproverarti/non temere/ravvediti/ricorda
-promessa fatta al vincitore al vincitore darò
E’ un cammino penitenziale: una volta purificata, la Chiesa collabora alla vittoria di Cristo sulle forze ostili.
Leggiamo le lettere, chiedendoci: qual è il messaggio riportato? Quale messaggio per la mia comunità-chiesa?

“All’angelo della Chiesa di Efeso scrivi:

Così parla Colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d’oro:

conosco le tue opere, la tua fatica e la tua costanza, per cui non puoi sopportare i cattivi; li hai messi alla prova –quelli che si dicono apostoli e non lo sono- e li hai trovati bugiardi. Sei costante e ha molto sopportato per il mio nome, senza stancarti.

Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima. Se non ti ravvederai, verrò da te e rimuoverò il tuo candelabro dal suo posto. Tuttavia hai questo di buono, che detesti le opere dei Nicolaìti, che anch’io detesto.

Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita, che sta nel paradiso di Dio” (Ap 2.1-7)

“All’angelo della Chiesa di Smirne scrivi:

Così parla il Primo e l’Ultimo, che erra morto ed è tornato alla vita:

Conosco la tua tribolazione, la tua povertà –tuttavia sei ricco- e la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma appartengono ala sinagoga di satana.

Non temere ciò che stai per soffrire: ecco, il diavolo sta per gettare alcuni di voi in carcere, per mettervi alla prova e avrete una tribolazione per dieci giorni. Sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita.

Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: il vincitore non sarà colpito da seconda morte. (Ap 2.8-11)


“All’angelo della Chiesa di Pergamo scrivi:
Così parla Colui che ha la spada affilata a due tagli: So che abiti dove satana ha il suo trono; tuttavia tu tieni saldo il mio nome e non hai rinnegato la mia fede neppure al tempo in cui Antipa, il mio fedele testimone, fu messo a morte nella vostra città, dimora di satana.
Ma ho da rimproverarti alcune cose: hai presso di te seguaci della dottrina di Balaam, il quale insegnava a Balak a provocare la caduta dei figli d’Israele, spingendoli a mangiare carni immolate agli idoli e ad abbandonarsi alla fornicazione.
Ravvediti dunque; altrimenti verrò presto da te e combatterò contro di loro con la spada della mia bocca.
Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese: al vincitore darò la manna nascosta e una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all’infuori di chi la riceve.” (Ap 2.12-17)

“All’angelo della Chiesa di Tiàtira, scrivi:
Così parla il Figlio di Dio, Colui che ha gli occhi fiammeggianti come fuoco e i piedi simili a bronzo splendente. Conosco le tue opere, la carità, la fede, il servizio, la costanza e so che le tue ultime opere sono migliori delle prime.
Ma ho da rimproverarti che lasci fare a Iezabéle, la donna che si spaccia per profetessa e insegna e seduce i miei servi inducendoli a darsi alla fornicazione e a mangiare carni immolate agli idoli. Io le ho dato tempo per ravvedersi, ma essa non si vuole ravvedere dalla sua dissolutezza. Ebbene, io getterò lei in un letto di dolore e coloro che commettono adulterio con lei in una grande tribolazione, e se non si ravvedranno dalle opere che ha loro insegnato. Colpirò a morte i suoi figli e tute le Chiese sapranno che io sono Colui che scruta gli affetti e i pensieri degli uomini, e darò a ciascuno di voi secondo le proprie opere. A voi di Tiàtira invece che non seguite questa dottrina, che non avete conosciuto le profondità di satana –come le chiamano- non imporrò altri pesi; ma quello che possedete tenetelo saldo fino al mio ritorno.
Al vincitore che persevera sino alla fine nelle mie opere, darò autorità sopra le nazioni; le pascolerà con bastone di ferro e le frantumerà come vasi di terracotta, con la stessa autorità che a me fu data dal Padre mio e darò a lui la stella del mattino.Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.” (Ap 2.18-29)

“All’angelo della Chiesa di Sardi scrivi:
Così parla Colui che possiede i sette spiriti di Dio e le sette stelle:
Conosco le tue opere; ti si crede vivo e invece sei morto. Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire, perché non ho trovato le tue opere perfette davanti al mio Dio.
Ricorda dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te. Tuttavia a Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi mi scorteranno in vesti bianche, perché ne sono degni.
Il vincitore sarà dunque vestito di bianche vesti, non cancellerò il suo nome dal libro della vita, ma lo riconoscerò davanti al Padre mio e davanti ai suoi angeli. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.” (Ap 3.1-6)

“All’angelo della Chiesa di Filadelfia scrivi:
Così parla il Santo, il Verace, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude, e quando chiude nessuno apre.
Conosco le tue opere. Ho aperto davanti a te una porta che nessuno può chiudere. Per quanto tu abbia poca forza, pure hai osservato la mia parola e non hai rinnegato il mio nome. Ebbene, ti faccio dono di alcuni della sinagoga di satana –di quelli che si dicono giudei ma mentiscono perché non lo sono-: li farò venire perché si prostrino ai tuoi piedi e sappiano che io ti ho amato. Poiché hai osservato con costanza la mia parola, anch’io ti preserverò nell’ora della tentazione che sta per venire sul mondo intero, per mettere alla prova gli abitanti della terra. Verrò presto. Tieni saldo quello che hai, perché nessuno ti tolga la corona. Il vincitore lo porrò come una colonna nel tempio del mio Dio e non ne uscirà mai più. Inciderò su di lui il nome del mio Dio e il nome della città del mio Dio, della nuova Gerusalemme che discende dal cielo, da presso il mio Dio, insieme con il mio nome nuovo. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.” (Ap 3.7-13)

“All’angelo della Chiesa di Laodicéa scrivi:
Così parla l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio:
Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla, ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio d comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me.
Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.” (Ap 3.14-22)

Per prendere confidenza con le sette lettere, possiamo fare un paio di lavori:
-estrapolare e leggere contemporaneamente i nomi di Gesù;
-dividerci in 7 gruppetti e commentare ognuno una lettera, guardando alle caratteristiche ed alle indicazioni che emergono. Queste sono indicazioni per i piccoli-poveri-calpestati, non per i potenti (è una visione “dal basso” per poter cambiare le cose).

Dopo che la comunità ha iniziato la lettura di se stessa, dopo che ha iniziato ad esser consapevole delle proprie forze e delle proprie debolezze, la comunità è accompagnata dall’Angelo di Dio alla lettura sulla storia (le categorie interpretative). Utilizzando termini tecnici diciamo che l’ecclesiologia si apre all’escatologia; ovvero la Chiesa ora si apre verso l’orizzonte escatologico della storia della salvezza. L’Apocalisse è caratterizzato dalla teologia della storia, dalla lettura della storia dal punto di vista divino; ha cioè come materia specifica la Storia del mondo ed il cammino di purificazione della Chiesa che discerne la sua ora (l’ecclesiologia che si apre all’escatologia).
Conclusa la prima parte del libro, nel quale troviamo il messaggio alle sette chiese, l’Apocalisse introduce ora alla riscoperta di Dio, alla presa di coscienza del piano di Dio sull’uomo e sulla storia, un piano che è segreto, arrotolato e chiuso in maniera ermetica (con 7 sigilli), piano che solo Cristo-Agnello può spiegare, aprire.
Ci avviciniamo ora ai primi quattro sigilli, (è il testo che ho posto all’inizio del presente incontro) all’apertura di ognuno dei quali s.Giovanni sente una voce, vede giungere un cavallo colorato, un cavaliere, e sente la missione che ogni cavaliere riceve; i cavalli rappresentano forze travolgenti che vengono immesse nella storia.
E troviamo:
-un cavallo bianco, cavalcato da un re-cavaliere (con la corona) e vittorioso; ha in mano un arco;
-un cavallo rosso fuoco,cavalcato da uno che ha il potere di togliere la pace; ha in mano una spada;
-un cavallo nero, cavalcato da uno che ha una bilancia in mano;
-un cavallo verdastro, cavalcato da Morte e seguito dall’inferno; ha potere di sterminio.
Sono i famosi quattro cavalieri dell’Apocalisse; solo il primo di questi, però, è vittorioso, ed è rappresentato su di un cavallo bianco –simbolo di purezza; ha connotazione regale ed è quindi immagine di Cristo vincitore.
Gli altri tre cavalieri rappresentano i mali del mondo, mali che portano sì guerra, ingiustizia e morte, ma il cui potere è limitato, è sotto il controllo di Dio (così Morte ha potere solo su di un quarto della terra).
Il colore rosso ricorda il sangue, la violenza, lo sterminio, ed infatti il cavaliere ha in mano una spada; il colore nero ha una valenza negativa (ricorda lo sporco), ed il cavaliere ha una bilancia o più precisamente “l’asse della bilancia in mano” con la quale misura a suo piacimento i pesi e cambia i prezzi; il colore verde ricorda i fili d’erba, la caducità, la morte che giunge con violenza, con carestie, con pestilenze, con invasioni.
Ed ecco, mi apparve un cavallo nero e colui che lo calcava aveva una bilancia in mano. E udii gridare una voce in mezzo ai quattro esseri viventi: Una misura di grano per un danaro e tre misure d’orzo per un danaro! Olio e vino non siano sprecati.
La bilancia indica l’atto della compra-vendita; è al mercato che compriamo le cose e le paghiamo in base al loro peso…sperando che la bilancia sia esatta e non ci faccia pagare più del dovuto! Ebbene questo cavaliere ha l’asse della bilancia in mano, cioè dispone della bilancia, ne può fare ciò che vuole: ebbene alza i prezzi di orzo e grano, ma non di vino ed olio.
Ora mentre il vino e l’olio erano alimenti molto pregiati e costosi, che solo i ricchi potevano permettersi in gran quantità (ancora oggi si dice che rompere una bottiglia d’olio porti sfortuna; cioè, l’olio è così prezioso per il suo contenuto alimentare e così costoso, che se mi cade sono sfortunato), orzo e grano sono alimenti di consumo comune, specie per le classi più povere. Dunque alzare i prezzi di orzo e grano vuol, dire penalizzare i più poveri, mentre i ricchi rimangono tranquilli. Questa è l’ingiustizia sociale.
Difficile precisare in modo esatto il prezzo indicato (“misura” nell’ambiente greco è una misura di quantità, di capacità per materiale solido). Una “misura” costa un “danaro”, il che è misura sproporzionatissima in confronto ai dati riportati da Cicerone , con una maggiorazione che oscilla tra le 8 e le 16 volte rispetto al valore usuale di grano comune. La maggiorazione dell’orzo, benché presente, non è invece così elevata, quasi per confinare i poveri all’uso dell’orzo senza avere possibilità di comprare del grano.
Olio e vino non siano sprecati: paradosso. L’olio ed il vino, che solo i ricchi si possono comprare, non devono essere “sprecati”, il loro prezzo non deve subire variazioni. Il livello di lusso non solo contrasta con la vita degli altri uomini, ma addirittura se ne serve per potersi mantenere; è consumismo che strumentalizza anche la vita umana, esprimendo così il massimo di ingiustizia sociale, di una ingiustizia assurda, opprimente, umanamente inspiegabile. Ingiustizia sociale che ha le stesse proporzioni della violenza fisica e della morte, e che Cristo vittorioso cancellerà: nella fase escatologica non ci sarà più traccia né di esse né delle loro conseguenze :


“Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal cielo:
Ecco la dimora di Dio con gli uomini! Egli dimorerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà Dio-con-loro. E tergerà ogni lacrima dai loro occhio; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate.
E Colui che sedeva sul trono disse: Ecco, io faccio nuove tutte le cose”(Ap 21.1-5)

Cosa dire di commento? Quando spiego l’Apocalisse ai miei ragazzi mi chiedo: ed io? Cosa sto facendo? Sono collaboratore per l’ingiustizia? Rispetto il 7° comandamento? Ed il 5°? A cosa mi serve studiare e spiegare da bravo professorino, se poi non mi sporco le mani nella storia?


Riporto un accenno della riflessione che la Chiesa ha fatto e tuttora compie, prendendo spunto dalla costituzione pastorale “Gaudium et Spes” del Concilio Vaticano II (1965), e dall’enciclica di Paolo VI “Populorum progressio” del 1967

GS 10 « La Chiesa crede che Cristo, per tutti morto e risorto, dia all’uomo, mediante il suo Spirito, luce e forza perché l’uomo possa rispondere alla suprema sua vocazione (…) crede uguamente di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana”.
GS 16 “Nell’intimo della sua coscienza l’uomo scopre una legge (…) che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene (…)la coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo,dove egli si trova solo con Dio”
GS 34 “L’attività umana individuale e collettiva (…) corrisponde al disegno di Dio”.

PP 76-77 “Combattere la miseria e lottare contro l’ingiustizia è promuovere, assieme al miglioramento delle condizioni di vita, il progresso umano e spirituale di tutti, e dunque il bene comune dell’umanità (…) Artefici del proprio sviluppo, i popoli ne sono i primi responsabili. Ma non potranno realizzarlo nell’isolamento. Accordi regionali tra popoli deboli per sostenersi vicendevolmente, intese più ampie (…) convenzioni (…) programmi concertati, sono le tappe di questo cammino dello sviluppo che conduce alla pace”
PP 81 “I laici devono assumere come loro compito specifico il rinnovamento dell’ordine temporale. Se il ruolo della gerarchia è di insegnare e di interpretare in modo autentico i principi morali da seguire in questo campo, spetta a loro, attraverso la loro libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, di penetrare di spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture della loro comunità di vita” (cfr.Apostolicam actuositatem nn.7.13.24)
PP 83 “Il cammino della pace passa attraverso lo sviluppo”
PP 87 “Perché se lo sviluppo è il nuovo nome della pace, chi non vorrebbe cooperarvi con tutte le sue forze? Sì tutti: Noi vi invitiamo a rispondere al nostro grido di angoscia, nel nome del Signore”

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